martedì 6 giugno 2017

Intervista a Giovanni Ragonesi, autore del romanzo "la primavera da lontano" (Ad est dell'equatore)


Oggi ho il piacere di ospitare su "Just Humanity" Giovanni Ragonesi per parlare del suo romanzo che tratta temi importanti e attuali come la sessualità in tutte le sue forme e talvolta degenerazioni, il rapporto familiare, il senso di solitudine che sempre più di frequente caratterizza la nostra vita. Una storia avvincente di forte impatto sorretta da uno stile scorrevole e diretto. 

Nel tuo romanzo racconti la vita di Valerio, un uomo devastato
dalla dipendenza da psicofarmaci e da una vita che sembra fare acqua
da tutte le parti. Puoi raccontarcelo meglio?

Più che un uomo, io vedo Valerio come un ragazzo intrappolato al di là della linea d'ombra. La sua difficoltà è proprio quella di non riuscire a traslocare oltre quella soglia, che è sì anagrafica (lui vive i trent'anni come un'età spartiacque), ma è soprattutto rappresentata da quel momento a partire dal quale si riesce ad avere una idea unitaria del proprio sé. Valerio questa idea non riesce a vederla, si vive intrappolato in una immagine dai contorni abbozzati (la maschera/personaggio dell'eterno adolescente), con un centro (il lavoro) che non ha nulla di nevralgico, è semplicemente un diversivo. Un lavoro che, malgrado i suoi aspetti provocatori, o quantomeno non consueti, è un semplice generatore di reddito che lo assorbe oltre misura, lo svuota di ogni energia, al punto che non ha tempo e spazio per l'emotività. Il vuoto che vive è una rimozione, dei suoi bisogni e della sua natura; è una fuga non consapevole dal desiderio di non essere solo e dal bisogno di isolarsi (un equilibrio fragilissimo, difficile e instabile).


Valerio è omosessuale ed è un assiduo frequentatore di chat. Un
giorno decide però di fingersi ragazza paraplegica e di intavolare una
conversazione con un giovane che sembra non essere intimorito dalla
sua malattia...


Le chat sono uno strumento comodo e semplice per conoscere persone e soprattutto per fare sesso. Veloci e poco impegnative, se si vuole: molto “funzionali”. D'altro canto possono anche essere delle bolle relazionali in cui vigono delle particolari leggi di spazio, di tempo, di identità e di intensità. Sono anche dei palcoscenici animati da proiezioni e desideri, proiezioni del tutto disfunzionali spesso. Come nel caso di Valerio che fugge da sé stesso, finge, gioca con incoscienza: sembra non capire appieno che dall'altra parte della connessione c'è una persona reale; egli stesso è una persona reale, anche se non si percepisce come tale.

Valerio non ha un buon rapporto con la famiglia eccezion fatta per
la nonna. Puoi raccontarci questo rapporto?

Ho voluto come sfondo del protagonista – che è anche voce narrante – una costellazione familiare guasta. Le dinamiche tra Valerio e la sua famiglia non funzionano, fondamentalmente perché lui si sente destinato altrove e si colloca sempre su un piano differente. In questa costellazione parentale fa eccezione la nonna e la sua morte è il nucleo pulsante della vicenda. La rimozione di questo lutto forma come un tappo, o una patina impermeabile che chiude i pori e impedisce la traspirazione. Il loro rapporto lo vediamo soltanto come assenza e ricordo, che è un po' come prendersi cura di una cicatrice con la Connettivina: si prova a rimarginarla, ma il segno rimarrà ugualmente, per sempre. É una figura sovraccarica quella della nonna: raccoglie le radici e l'amore incondizionato, il conforto delle abitudini e la forza della quotidianità; è anche impregnata da contraddizioni, quella del tempo che passa e che rimane e che non torna, il confronto con una generazione che è riuscita ad affrontare la Storia mentre si vive la propria con un sentimento atomistico e disfattista. Questo rapporto mi ha creato non pochi problemi: da una canto quella della nonna è una figura logorata da un utilizzo melò sempre facile a scivolare sul patetismo o sui “consigli di vita” (come un calendario parrocchiale o certe canzoni sanremesi); d'altro canto in questa figura ho fatto colare della materia prima dalla mia biografia (le uniche note autobiografiche del romanzo), quindi il coinvolgimento era teso al massimo, il terrore di “rovinare” tutto sempre al grado più alto di allerta, il senso di inadeguatezza rispetto al modello umano e a quello letterario (non dirò qual è per pudicizia) paralizzante. Tutto questo, devo ammettere, è stato molto faticoso, ma inventando questa storia, Valerio ed io, abbiamo fatto lo stesso percorso di catarsi: spalmato di Connettivina la nostra cicatrice.


Pessimo è invece il rapporto con la sorella. Scelta particolare
questa perché raramente si riesce ad immaginare una sorella non in
grado di accettare l'omosessualità del fratello e di amarlo. Perché
hai scelto di raccontare un simile rapporto?

Come ho detto, mi interessava inserire il protagonista in un panorama familiare guasto, quindi anche Loredana, la sorella, ha dovuto adeguarsi a questa esigenza. Mi sento di aggiungere che ho già scritto alcune storie in cui era presente – anzi quasi centrale – una forte complicità tra fratello e sorella (scritti che dormono in qualche hardware di scorta in qualche scatola di cartone in fondo all'armadio), per cui mi ha intrigato tracciare un rapporto conflittuale e discordante in questo caso.Comunque, per come le ho viste scrivendole, le conflittualità con la famiglia, quindi anche quella con la sorella, sono più collisioni di sguardi e prospettive che scontri o divergenze sul piano di realtà; piano di realtà dove, a conti fatti, come nella scena finale (che è a occhi aperti), i rapporti in famiglia sono più ordinari di quanto ci si aspetterebbe.



La sessualità è un tema toccato da questo romanzo. C'è una scena
soprattutto di grande impatto dove viene messa in scena come regalo
di compleanno una gang bang della durata di diversi giorni con al
centro il festeggiato. Come consideri il rapporto degli omosessuali
con la sessualità oggi?


Non amo, se non dopo alcuni bicchieri di gin-tonic, lasciarmi andare a grosse considerazioni su temi generali (e comunque l'indomani cambio quasi sempre opinione). Posso dire che una cosa che costantemente noto intorno al sesso (al netto di preferenze, gusti ed etichette), è uno scarto continuo, repentino, a volte violento, rispetto al consueto, alla razionalizzazione, alla emotività, alla comodità e in definitiva alla norma. Ci sono tre spazi dedicati al sesso nel romanzo. Primo: il protagonista lavora nel settore hard, ma in questo ambito il suo approccio al sesso è asettico, diventa soltanto una questione tecnica di luci, di montaggio e di compresse di Viagra. C'è poi la scena a cui fai riferimento, in cui il sesso è protagonista ma è visto in una prospettiva non erotica, è violento, giocoso, grottesco, codificato, inutile... quasi uno scontro di wrestling dove tutto è falso e si recita: coreografie, maschere, costumi, urla e insulti, eppure rimane un concentrato di energie potenzialmente indomabili e distruttive. C'è poi, qua e là, qualche breve parentesi di sesso dal sapore nostalgico, una sorta di rimpianto per una età mai esistita in cui non era necessario inventare ogni giorno una nuova pratica o un nuovo dresscode.

Da cosa nasce questa storia?

Nasce da un accumulo di suggestioni. Il primo grumo che si è imposto è l'immagine della donna con la treccia e gli occhi truccati con il kajal, la fontanella sgocciolante accanto a lei. È un'immagine del mio vissuto che raccoglie molte cose: paesaggi (ho dato a Valerio i miei luoghi), sensi di colpa, paure, sentimenti assoluti e silenzi infiniti. Forse, in definitiva, è stato solo il tentativo di elaborare un lutto (come dicevo prima, ed è superfluo specificare quale), di ricoprire una frattura con un tappeto.

Progetti futuri?

Ho un titolo, “La nostra parte assente”. Parto sempre da un titolo, anche se poi lo cambio, come è stato in questo caso. È una storia di sparizioni – ancora – e di fallimenti; un padre in carcere che tenta il suicidio, una figlia che veste solo di bianco e un figlio in nero (complementarietà, e torna ad esserci la complicità fraterna); tutti si cercano senza trovarsi, non hanno le parole giuste per dirsi, raccontarsi, vedono e ascoltano solo l'assenza. Per adesso è meglio non aggiungere altro, magari ne verrà fuori una storia completamente diversa da quella che al momento ho tra le mani.

Una domanda che avresti voluto ti facessi?

Ti ringrazio per non avermi sottoposto le domande di repertorio per gli esordienti: autori di riferimento e contenuto autobiografico.

Puoi spiegarci il sorprendente finale che hai voluto costruire?

Il finale è stato un tentativo di sottomettermi al principio di verosimiglianza che ho trascurato per tutto il resto della storia. Forse, più che una sottomissione, è stato un inchino a metà. Ho lasciato molte cose sfocate, mi sono divertito a non “spiegare”, i piani temporali non hanno obbedito ad alcuna legge empirica. Sul finale però mi sono sentito in dovere di impostare un vago senso di ordine, ricompattare il percorso del mio protagonista all'interno di un paio di coordinate – giusto un paio – e lasciargli spalancata la strada davanti. Purtroppo non sono Kafka.

mercoledì 19 aprile 2017

"Acuto" - romanzo di Carla Magnani

Ho avuto la fortuna di leggere il romanzo di Carla Magnani dal titolo "Acuto". Si tratta di un'opera molto bella e delicata che racconta una storia d'amore capace di resistere a decenni di distanza, a percorsi di vita differenti e perfino alla morte.
Elisa è una donna realizzata, moglie di un affermato notaio, madre e nonna, si crogiola in una vita di benessere economico e di serenità. La sua esistenza viene però stravolta improvvisamente da una telefonata dall'America: è sua sorella Ester che le intima di volare fino in Florida perché c'è una persona gravemente malata che desidera rivederla prima della dipartita finale. Questa persona è Marco, uomo che Elisa ha amato in gioventù di un amore forte e viscerale ma che ha dovuto abbandonare non trovando il coraggio di avviare un percorso di vita troppo distante da sé e che avrebbe fortemente ferito i suoi genitori e pregiudicato il rapporto con essi. Marco ha infatti vissuto la rivoluzione sessantottina, è stato un contestatore militante, un rivoluzionario che insieme a Ester ha cercato di cavalcare l'onda del cambiamento in quegli anni di fuoco. Elisa non è mai stata propensa invece a occuparsi di politica, a caldeggiare il cambiamento, ad affrontare i rischi di una rivoluzione. Ha preferito una vita tranquilla, accontentandosi dell'amore di un uomo che conosceva da sempre invece che rischiare, avere coraggio e seguire l'amore della sua vita.
Elisa torna così in Florida per fare visita a Marco sfidando perfino la sua grandissima paura di volare. L'incontro tra i due sarà foriero di ricordi, verità e riscoperta di un amore mai assopito. Marco trascorrerà gli ultimi giorni della sua vita in compagnia dell'unica donna che abbia mai amato e la sua esistenza troverà così compimento.
Quello di Carla Magnani è un romanzo intenso e ben articolato che sa intrecciare la dimensione interiore della storia d'amore tra Elisa e Marco, allo scenario sociale degli anni Settanta del quale sa offrire una fedele e dettagliata ricostruzione. Le parole corrono veloci, il ritmo è incalzante e coinvolgente, la storia si lascia leggere con curiosità e interesse. La dimensione intimistica commuove e fa riflettere sul coraggio che ognuno di noi ha davanti alla grandezza della vita e alle scelte più difficile di prendere. E' una storia sul rimpianto e sul rimorso, sul tempo che passa ma non cancella e sull'amore che se è tale resta al di là di tutto. Un romanzo da leggere tutto  d'un fiato.

venerdì 3 febbraio 2017

LA TRAIETTORIA DELL'AMORE



«La felicità assoluta non esiste, la felicità e basta è un’invenzione. Esiste la felicità consapevole che è come un cuore pulsante avvolto in un filo spinato. Una felicità che batte anche nella sofferenza»




Andrea è una ragazza nel pieno dei suoi vent’anni anni, con un difficile passato alle spalle, fatto di amori negati e di solitudine, di paure e di sconfitte. Lavora in un laboratorio di tatuaggi nel cuore di Roma e ama un’altra donna, Sara, che sfuggita a un destino di prostituzione, decide di abbandonarsi alla sua passione e di studiare filosofia all’università. Quando nel bel mezzo della notte, Giuseppe, fratello di Andrea, dopo aver involontariamente investito una ragazza ed essere scappato, piomba a casa delle due giovani donne senza preavviso e in preda al panico chiedendo aiuto e ospitalità, la vita di tutti e tre cambierà per sempre. Andrea é scossa da interrogativi profondi. Cosa farne di questo fratello che anni prima l’ha abbandonata non accettandone l’omosessualità? Aiutarlo a nascondersi e a sottrarsi alla legge o spingerlo a consegnarsi alla giustizia? Fino a che punto l’amore per chi ha il tuo stesso sangue ed é venuto fuori dallo stesso grembo che ha generato te può determinare ciò che é giusto fare? E cosa ne sarà del suo futuro e di quello di Sara se deciderà di aiutare Giuseppe? Con una storia fulminante e commovente e una scrittura feroce e visionaria, Claudio Volpe racconta una fuga alla ricerca del proprio posto nel mondo attraverso la ricostruzione di un rapporto fraterno frantumatosi sotto il peso della vita. “La traiettoria dell'amore” é un romanzo sul percorso di formazione sessuale e sentimentale dei ragazzi di oggi che appaiono tanto fragili quanto coraggiosi nella ricerca della propria felicità. Ma é anche l’esatta attualizzazione di quell’eterno dissidio tra legge del cuore e legge della società che fin dai tempi dell’Antigone di Sofocle ha messo in scena la tragicità della condizione umana. Eppure, a differenza del mondo mitologico greco, qui la luce salta fuori calda e potente in un finale sorprendente e inaspettato. Perché nel buio più fitto una via di salvezza c'é sempre ed é quella traiettoria che solo l’amore sa disegnare nella vita di ognuno di noi. 






Claudio Volpe nasce a Catania nel 1990 ed é giurista amante della filosofia del diritto. Viene scoperto e introdotto nel panorama letterario da Dacia Maraini che nel 2012 presenta al Premio Strega il suo romanzo d'esordio “Il vuoto intorno”. Questo romanzo vince anche il Premio Internazionale Franco Enriquez ed è finalista al Premio Torre Petrosa. “Stringimi prima che arrivi la notte” é il suo secondo romanzo, presentato al Premio Strega 2013 da Renato Minore e Cesare Milanese ed è finalista al Premio Flaiano. Sempre nel 2013 vince il Premio Napoli Cultural Classic e pubblica “Raccontami l'amore”, dialogo scritto insieme alla parlamentare Anna Paola Concia sui temi dell'omosessualità e della violenza sulle donne. Nel 2015 escono la silloge poetica “La complessità delle cose” e “Ricordami di essere felice”, raccolta di racconti che indagano il tema della felicità e da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale “Io non posso essere”. Per Laurana Editore ha ideato la realizzazione dell’opera “Sotto un altro cielo” che vede dieci scrittori italiani affrontare il tema dell’immigrazione e in cui ha partecipato come autore e curatore. Nel 2016 é stato definito dall'Urban Post “enfant prodige della letteratura italiana”. 





mercoledì 20 aprile 2016

Sotto un altro cielo

SOTTO UN ALTRO CIELO
(Laurana)




Che si tratti dei profughi in fuga dall’Africa o di uomini, donne e bambini scappati dal Medio Oriente, ciò che resta a chi fugge e a chi accoglie è un profondo senso di smarrimento e di dolore. Al di là di ogni ipocrisia, accogliere lo straniero, colui che è altro da noi e dalla nostra cultura, non è mai facile; anzi è difficilissimo. Ma allo stesso modo, terribilmente difficile è fuggire dalla propria terra abbandonando tutto, beni, madri, padri, figli, compagni per gettarsi nella disperata salvezza da guerra e disperazione. In questo libro, piccolo ma prezioso, alcuni dei più rappresentativi narratori italiani, che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso di vita e di scrittura, hanno deciso di schierarsi apertamente a favore di una società aperta all’accoglienza e al rispetto e hanno deciso di farlo con lo strumento che gli è proprio: la scrittura. Ne è venuta fuori una raccolta di racconti che ha la pretesa di restituire allo scrittore il suo compito primigenio: dare voce a chi voce non può avere e costruire, mediante lo strumento salvifico che solo le parole possono rappresentare, un percorso di riflessione, dialogo e speranza. Un mondo in cui ogni storia, anche la più tragica, possa poi trovare un lieto fine. È forse questa la prima volta che in modo sistematico alcuni narratori italiani decidono di avviare un progetto letterario collettivo con l’obiettivo preciso di dichiarare guerra a tutti coloro che ad ogni livello si adoperano quotidianamente per rendere l’Italia un paese impaurito e non ospitale. Un libro, dunque, che è solo lo spunto per sollevare un dibattito a livello nazionale grazie all’impegno di scrittori che vogliono tornare a essere operai della scrittura alla luce della consapevolezza che è solo la nostra capacità di solidarizzare col prossimo a renderci umani. 


Qualcuno dagli scogli tira una corda lunga dieci metri: è quella la distanza tra la vita e la morte.

Da questa consapevolezza sono partito. Quando l’anno scorso mi venne l’idea di realizzare un libro che parlasse di immigrazione il mondo sembrava essere già in procinto di franare. Le notizie che ogni giorno mi giungevano annunciando l’ennesima emorragia senza fine di profughi morti in mare nel tentativo disperato di giungere in Italia o gli orrori perpetrati dall’ISIS in danno dell’umanità alimentavano in me un dolore profondo che a sua volta veniva accresciuto dalle tante voci di odio, xenofobia e razzismo che si levavano nei programmi televisivi, nei dibattiti politici o nei dialoghi tra persone comuni. Decisi così che non potevo più starmene con le mani in mano ad attendere che il mio paese divenisse il covo di politici scellerati dediti allo sciacallaggio e alla speculazione sulla morte di persone innocenti, colpevoli solo di aver cercato la sopravvivenza. Compresi che ognuno di noi aveva il diritto di raccontare e ascoltare una storia diversa. Ebbi chiaro fin da subito che l’unico strumento a mia disposizione era la scrittura così come mi fu ben chiaro che la realizzazione del progetto che avevo in mente avrebbe richiesto un’energia condivisa. Parlai dell’idea di scrivere un libro di racconti sul tema dell’immigrazione a Dacia Maraini in un giorno d’estate, durante un pranzo insieme in montagna e ne ebbi in risposta un supporto pieno di entusiasmo. Eravamo già in due a credere in questo libro e da questo momento nessuno ci avrebbe potuto fermare. L’incontro con Gianfranco Di Fiore diede nuova linfa a questo progetto che poi grazie a Lillo Garlisi e a Laurana editore sarebbe divenuto realtà. Passai i mesi successivi a discuterne con amici e colleghi scrittori perché avevo intenzione di coinvolgere autori certamente molto validi ma che al contempo avessero una sensibilità molto affine alla mia, scrittori che condividessero le mie stesse battaglie di civiltà e per i quali la scrittura fosse davvero una ragione di vita. Un anno dopo, eccoci qui con questo libro e con le sue storie di vita, dolore e amore. Eccoci qui a raccontare una storia diversa. Dacia Maraini, Francesca Pansa, Renato Minore, Gianfranco Di Fiore, Paolo Di Paolo, Michela Marzano, Simone Gambacorta, Pierfrancesco Majorino, Giampiero Rossi: dal più profondo del cuore il mio ringraziamento ad ognuno di voi.


" (...) qui ho capito che il vero amore per il nostro Dio si nutre del vero amore per gli altri uomini. Uomini e donne come quelli che ci hanno salvato e che ogni giorno continuano a farlo. Ed è a uomini e donne come questi che dedico le sofferenza del passato e la fiducia nel futuro"

(Da "Donne di ferro", racconto dell'antologia)


mercoledì 2 marzo 2016

Alcune riflessioni sulla Gestazione Per Altri


Poche parole sul tema della gestazione per altri. Come bene fa riflettere la scrittrice Michela Murgia in un suo articolo pubblicato da L'Espresso, la dicitura corretta per riferirsi a tale pratica è appunto quella di "gestazione per altri" o di "gestazione surrogata" e non come per seminare fraintendimenti e ignoranza molti vogliono chiamarla, ossia "utero in affitto" o "maternità surrogata". Perché? Perché in questo fenomeno l'unica cosa che viene ad essere surrogata è la capacità di gestazione, ossia la capacità di una donna di covare nel proprio grembo una vita portandola fino alla nascita. La maternità non c'entra nulla. Gestazione e maternità sono due concetti ben separati e distinti perché mentre la prima allude ad un dato prettamente fisico e biologico, la seconda indica una relazione volontaristica e consapevole a livello socio-psicologico. Non è sufficiente affrontare una gestazione e partorire un bambino per potersi dire madri. Madre si diventa volendolo e comportandosi come tale. D'altronde la legge italiana riconosce alle donne la possibilità di abortire e di rinunciare a qualunque potestà genitoriale sul nascituro proprio muovendo da questa consapevolezza: che concepire e partorire non fanno automaticamente di una donna una madre. Iniziamo dunque ad esprimerci con espressioni corrette: gestazioni per altri o gestazione surrogata. Premesso ciò non si può non notare come una delle critiche più feroci contro questa pratica muova a partire dall'accusa di egoismo nei confronti di coloro che vi fanno ricorso, sopratutto quando si tratta di coppie omosessuali. Due uomini, si dice, non posso concepire un figlio ed è contro natura oltre che inumano "affittare un utero", farsi fare un figlio da una donna e poi strapparle il bambino dal grembo. È tutto ciò dietro pagamento. Questa è tratta di esseri umani, si dice. Sono uomini capricciosi che "comprano bambini".  Ma di che egoismo parlano coloro che accusano quanti ricorrono alla GPA? Dell'egoismo di avere un figlio? Dell'egoismo di voler diventare genitori? Io mi chiedo: non è questo egoismo, ammesso che davvero di ciò si possa parlare, proprio di qualunque persona che voglia diventare genitore, uomo o donna che sia, eterosessuale o omosessuale, sterile o meno? Quando un uomo e una donna decidono di avere un figlio, non lo fanno certo per amore verso quel figlio che ancora non esiste e che non conoscono. Lo fanno certamente, invece, per completare la propria vita, darle un senso, riempirla, costruirsi una famiglia. Appunto per "egoismo" personale! Egoismo dal quale si trova a sbocciare una nuova vita e un nuovo amore! Perché se il motivo che spinge gli uomini ad avere figli fosse il solo fatto di voler generare la vita, allora ogni donna dovrebbe mettere al mondo un figlio dietro l'altro senza sosta, uno all'anno finché il corpo le regge. Se il valore assoluto è pensare solo al bene del bambino e non alla volontà della famiglia che lo genera, allora più bambini si mettono al mondo è meglio sarà per loro che si troveranno a ricevere la vita. Ora questo discorso non penso venga condiviso neanche da quelle persone che aborriscono la GPA perché ognuno di noi è ben consapevole che la vita nasce da un atto d'amore e da un progetto di vita e il vero motivo che spinge qualunque essere umano a fare figli è quello, puramente egoistico, di volersi formare una famiglia con la quale condividere gioie e dolori della vita. Appurato ciò, per quale ragione pensiamo di poter considerare egoisti coloro che, provando un amore così forte e gargantuesco nonché un desiderio così immenso di costruirsi una nido familiare e mettere al mondo un figlio le provano tutte per riuscirci? Perché queste persone devono essere accusati di essere fuori dalla grazia di dio e affette da un egoismo diverso da quello di qualunque altra coppia magari non sterile o magari eterosessuale? Oggi la scienza ci consente cose che anni fa non erano neanche immaginabili e tra esse rientra anche la possibilità di generare la vita in modi diversi dall'accoppiamento sessuale. É sbagliato? È contro natura? Non più della ricerca medica che vuole curare le malattie! Il concetto di "natura" è davvero troppo sfuggente per riempirsene la bocca perché probabilmente la natura delle cose non è un dato di fatto ineluttabile ma un concetto in divenire: è natura tutto ciò che PUÒ accadere nel mondo! In ogni caso, se una donna, libera e consenziente decide di DONARE il proprio grembo ad un'altra coppia per generare al mondo un figlio che lei non sente come suo fin da subito, un figlio che sarà amato e accudito da una famiglia che invece lo percepisce come suo prima ancora che esso venga generato, mi chiedo: qual è il problema? Il fatto che questo bambino non ha potuto scegliere se avere una madre biologica o meno? Ma guardate che nessun figlio può scegliere i propri genitori. Un figlio non può scegliere di avere un padre non violento o una madre non alcolizzata, non può scegliere di avere genitori ricchi piuttosto che amorevoli e presenti. E in realtà non può neanche scegliere di nascere. Quello che è certo invece è che tra la vita e la non vita, sceglierebbe certamente la prima. Non è un rapporto sessuale che ci mette al mondo ma l'amore! Credo sia necessario per ognuno di noi un profondo ripensamento del ruolo maschile e femminile, della maternità e della paternità. Materno e paterno sono istinti, attitudini sentimentali innate in ognuno di noi e non corrispondono necessariamente col sesso delle persone, con l'essere madre o padre. Un uomo può benissimo provare un istinto materno e una madre quello paterno così come nella stessa persona possono essere presenti entrambi gli istinti se è vero come qualche pensatore del passato ha detto che "paterno" è ciò che inizia il bambino al mondo esterno mentre "materno" ciò che lo proietta verso la scoperta della dimensione interna ed affettiva. Il problema vero è il modo in cui la società ci ha abituati a vedere noi stessi, costringendoci ad abdicare ai nostri sentimenti più profondi perché se sei un uomo e ti occupi troppo di tuo figlio vieni additato come un "mammo" (in fondo non sei un vero uomo...), mentre se sei una donna e non te occupi abbastanza sei una madre snaturata (le donne stanno a casa con la prole. Non nel mondo a lavorare!). Insomma, in questo caos di opinioni campate per aria ascoltando solo la propria pancia e mai il cuore o la ragione, c'è una sola certezza: è l'amore che ci genera alla vita e quell'amore va ascoltato! 
Anche il tema dell'eventuale compenso che verrebbe corrisposto alla gestante crea molti dubbi e proteste fino al punto di sostenere che i figli così portati alla luce sarebbero dei "bambini comprati" come comprato sarebbe il corpo della donna. Al di là dell'osservazione per la quale appare quantomeno ridicolo che coloro che si preoccupano della libertà del corpo della donna non si fanno scrupolo poi a pagare profumatamente prostitute per comprare la loro capacità sessuale, ciò su cui bisogna porre l'attenzione è il fatto che ciò che il presunto compenso andrebbe a "comprare" non è affatto la donna o il nascituro ma una pura e semplice capacità biologica: la capacità di gestazione. Ora la domanda è: per quale ragione ammettiamo che si possa comprare l'apparato sessuale di una donna per il proprio piacere e non invece che ci possa essere una "donazione" di capacità di gestazione" (donazione perché come detto il compenso remunera o rimborsa come sembrerebbe meglio dire, nove mesi di vita faticosi e pieni di ostacoli e spese da affrontare per qualunque donna incinta)? Con l'analisi poc'anzi effettuata non intendo esimermi dal dire che io stesso reputo la questione molto complessa e degna di attenzione soprattutto al fine di evitare il rischio che una pratica illegale possa creare nuove forme di schiavitù per la donna. Ciò che è certo è che urge l'onestà intellettuale di ragionare sulla complessità delle cose. Facoltà cui molti hanno ormai abdicato!

mercoledì 17 febbraio 2016

Senatrice Monica Cirinnà non getti la spugna




Cara Senatrice Monica Cirinnà
In questi giorni il Parlamento italiano sta dando vita a uno spettacolo ignobile, vergognoso e squallido. Sulle unioni civili la maggioranza del PD si è spaccata, la destra omofoba sta dando il meglio di sé e i grillini voltagabbana stanno dando il colpo di grazia aiutando Giovanradi, Calderoli e compagnia bella ad affossare questo disegno di legge che se approvato riuscirebbe a dare una tutela seppur minima a milioni di persone. Questa mattina, dopo un'ora e mezza di biechi litigi e insulti, viene convocata una riunione dei capigruppo su richiesta del PD perché appare ormai certo che il canguro Marcucci non ha i voti sufficienti per passare. Lei, presa dallo sconforto dichiara, stando alla stampa, che è pronta a ritirarsi dal PD e a togliere il proprio nome dal ddl se questo verrà svuotato a ribasso. Cara Monica voglio dirle personalmente che non deve gettare la spugna e chiederle di non farlo! Sappiamo bene quanto possa essere frustrante e penoso lo spettacolo politico italiano su questioni di diritti civili, umani e di civiltà. Purtroppo le procedure, i conflitti e i giochetti di potere, come ben dimostrato in questi giorni da molti partiti, hanno più importanza della vita e della felicità delle persone. Il suo ddl ha impiegato tre anni per giungere in Parlamento dopo trent'anni di ritardo che ha bloccato l'Italia su questo argomento. So benissimo che probabilmente il suo ddl verrà offeso, umiliato, mortificato e vanificato in gran parte ma voglio chiederle con tutto me stesso di non arrendersi e di tirare avanti senza esitazioni nonostante tutto. Non possiamo permetterci di aspettare altri tre, quattro, cinque, trent'anni per riavere la possibilità che in Parlamento si torni a discutere una legge sui diritti civili. Non abbiamo tempo. La vita e la felicità di milioni di persone, uomini, donne, giovani, anziani e bambini non hanno tempo e non possono soccombere così miseramente. Le stepchild adoption sono sacrosante e vanno fatte a tutti i costi. Provateci in ogni modo, ma se la meschinità dei vostri oppositori non ve lo consentirà, avete ugualmente l'obbligo morale di portare a casa almeno una regolamentazione sulle unioni civili. Certo, sembra che noi tutti siamo qui a chiedere l'elemosina a un parlamento dispettoso, cieco e malvagio, e forse è davvero così. Ma questo è tutto ciò che ci resta, tutto ciò che la politica italiana ci ha lasciato in eredità: mendicare i diritti umani. Le unioni civili, anche senza stepchild, sarebbero tristi e vergognose, ma rappresenterebbero pur sempre un primo passo in avanti e ci consentirebbe di ripartire (perché tanto questo accadrà, che dovremmo ricominciare tutto da capo) non da zero ma almeno da 1. Sappia che la maggior parte del mondo LGTB e anche gran parte di quello eterosessuale è con lei, la sostiene e le è vicino. Raccolga la nostra energia, le nostre paure e aspettative, la nostra rabbia e vada avanti. Lei può farlo. Non si arrenda proprio ora. Noi non ci arrendiamo. E se questo parlamento incivile vorrà negare diritti così importanti contro il pare del mondo intero e della nostra Corte Costituzionale potrà farlo. Ma dovrà passare sopra il nostro cadavere!  "Nessuna paura che mi calpestino, calpestata l'erba diventa un sentiero": sono parole della poetessa Blaga Dimitrova. Ecco, tenga a mente le parole di questa poetessa quando tornerà in aula tra poche ore per decidere cosa fare. Non si arrenda. Diventi un sentiero verso la civiltà! Diventi il nostro sentiero!

Claudio Volpe

mercoledì 27 gennaio 2016

Lettera aperta a voi che sabato parteciperete al Family Day







Cari voi che sabato prossimo parteciperete al Family Day,
vi scrivo per chiedervi di aiutarmi a capire alcune cose, perché vi giuro che io da studioso del diritto che cova il sogno di divenire magistrato, da scrittore e da cittadino, proprio non riesco a comprenderne il senso.
Non comprendo, ad esempio, per quale motivo sabato prossimo vi ritroverete al Circo Massimo per manifestare a tutela della famiglia. Di che famiglia parlate? Di quella naturale, certo. Ma cosa deve intendersi per “naturale”? Per voi, ovviamente, naturale è la famiglia costituita da padre, madre e figli. Bene, per me “naturale” è la famiglia che sa adempiere al compito che “naturalmente” le compete, quello di essere un luogo di amore, supporto e assistenza reciproca, un luogo dove sentirsi accolti, sostenuti, accompagnati nel complesso percorso della vita. La famiglia naturale è quella che nasce da un atto di amore e condivisione, da un progetto di vita comune. Capite bene, cari voi che parteciperete al Family Day che in questa visione di famiglia come nucleo d’amore ha ben poco a che fare il sesso o l’orientamento sessuale dei genitori. Capite bene che nella vostra limitata concezione di famiglia state buttando nella spazzatura centinaia di migliaia di famiglie che divergono dalla vostra povera concezione: famiglie composte da madri e padri single, da due padri e figli, da due madri e figli, da famiglie allargate dove accanto a genitori e prole trovano posto nello stesso nucleo familiare anche i nonni, fino alle stesse case-famiglia. Con la vostra limitata e limitante visone della famiglia state sputando addosso a centinaia di migliaia di bambini, quegli stessi bambini che avete la presunzione di voler proteggere (da cosa poi? dal troppo amore?) e che, se fosse per voi, non dovrebbero mai poter essere felici e realizzati all’interno del proprio nido familiare e dovrebbero, invece, vergognarsi della propria famiglia. La verità, cari voi che parteciperete al Family day, è che voi non andrete al Circo Massimo per celebrare la famiglia ma la Vostra famiglia, solo la vostra, quella che più vi piace, che più vi rassicura perché all’interno del suo schema rigido e omertoso gli uomini potranno continuare a comandare e a soddisfare i propri istinti alimentando il turismo sessuale minorile all’estero (e sì, noi italiani siamo i primi fruitori di questo bel mercato) e le donne potranno continuare ad essere considerate valevoli la metà degli uomini, a stare zitte e sottomesse, come sostiene qualche vostro leader. Manifesterete solo ed esclusivamente per la vostra famiglia, i vostri capricci e i vostri privilegi.

Vorrei poi che mi spiegaste per quale motivo se una donna ha un figlio e poi decide di condividere la propria vita con un’altra donna, quest’ultima non debba poter adottare il figlio della compagna. Per quale ragione nel caso in cui la madre biologica del bambino morisse, questi dovrebbe rimanere orfano e sottoposto al processo di adozione da parte di perfetti estranei? In poche parole, per quale ragione siete contrari alla stepchild adoption che con l’utero in affitto non ha nulla a che fare essendo questa una pratica (tra l’altro vietata in Italia) che non riguarda solo le persone omosessuali ma anche le coppie eterosessuali? Mi spieghereste, gentilmente, per quale ragione non scendete a manifestare contro i preti o i genitori pedofili o contro quelle chiese che hanno deciso di non aprire le proprie porte ai profughi? Per quale ragione vi sentite in diritto di poter imporre il vostro volere alle famiglie degli altri (perché state pur tranquilli che nessuno verrà a rubarvi vostro figlio per farlo adottare da due gay o due lesbiche)? Cos’è che vi fa così paura di una società aperta all’accoglienza di ogni bambino e alla tutela di ogni persona? Avete forse paura che tutti i figli di coppie gay diventino gay e che l’umanità si estingua? State tranquilli che gay si nasce e non si diventa, questo ormai è assodato! Dunque, potete dormire sonni tranquilli! 

Sappiate che i diritti o sono di tutti o non sono diritti ma privilegi e che se il sonno della ragione, come ha detto qualcuno, genera mostri, il vostro di sonno ne ha generati già troppi. È ora che vi svegliate perché dei vostri incubi ne abbiamo fin sopra i capelli!
Interrogatevi quindi, cari voi che parteciperete al Family Day, quando sabato prenderete i vostri figli e li condurrete al Circo Massimo e chiedetevi se non è la vostra una strumentalizzazione degli stessi. Certo anche le coppie gay hanno portato in piazza i propri figli ma le due cose sono molto diverse perché quelli erano bambini che rivendicavano il diritto ad avere una famiglia e non il diritto a negarla agli altri! Chiedetevi se i vostri bambini sono d’accordo con voi o se magari, come è probabile, credono che l’importante sia essere felici e sentirsi amati. Ascoltateli i vostri figli: è probabile che vi insegnino qualcosa di bello! 

Vi dico con tutto il cuore, cari voi che parteciperete al Family Day, che credo sia giunto il momento che la smettiate di nascondere il vostro razzismo e la vostra omofobia (e ignoranza?) dietro alla scusa che volete solo il bene dei figli. A voi dei figli non importa nulla. Non vi importa dei figli quando li trascurate o li date per scontati, quando li ripudiate perché gay, quando non rispettate i loro sogni, quando tradite la loro fiducia, quando distruggete il mondo nel quale dovranno vivere il loro futuro e soprattutto quando vi ergete a custodi di una verità assoluta, cattofascista e limitante dove due padri, due madri o madri e padri single non sono una famiglia. Famiglia che, giova ribadirlo perché sembra facciate molta fatica a capirlo, è invece luogo di amore imperituro, di accoglienza sconfinata, di supporto nel dolore, assistenza nella disperazione e partecipazione nella gioia. No, a voi non importa nulla dei figli, neanche dei vostri, a quanto pare, perché se così fosse vi impegnereste per renderli uomini e donne liberi e umani verso gli altri. A voi importa solo del vostro ideologismo becero e spicciolo e delle statue di Cristo nelle chiese mentre l’umanità, quella vera che si aggira per le strade del mondo, ai vostri occhi non esiste neanche! 

Quindi, fate pure con comodo sabato prossimo, manifestate contro i diritti di qualcuno, andate appresso a speculatori e sciacalli che di questa assenza di tutela per centinaia di migliaia di persone vogliono fare il loro trampolino per salire alle luci della ribalta, sprecate il vostro tempo e le vostre energie in modo così sciocco. Ma sappiate che sarà tutto inutile perché il progresso è inarrestabile e l’amore vince sempre. Sappiate che potrete anche prendervi a frustate o indossare il cilicio come i più medioevali degli uomini, ma nessuno smetterà di invocare il riconoscimento di diritti che sono umani prima ancora che civili. Sappiate che col vostro atteggiamento state nello stesso momento violando il diritto alla felicità di altri uomini, norme costituzionali, direttive europee, interventi della Corte Europea dei diritti dell’uomo e anche il messaggio di quel Cristo al quale volete essere tanto devoti finendo solo per fare esattamente l’opposto di quello che questi ha sempre detto. Fate insomma, un po’ come volete! Ricordate solo una cosa però: quando tra vent’anni ci guarderemo indietro, proveremo tutti molta vergogna per il ritardo con il quale abbiamo riconosciuto un diritto civile così importante e imprescindibile, così evidente e indispensabile. Scegliete ora, dunque, da che parte stare, se da quella di chi opprime o da quella di chi lotta per una società più giusta e umana! È adesso il tempo di scegliere! Perché, come si dice, la bellezza è incominciata quando qualcuno ha avuto il coraggio di scegliere!

Vostro non sostenitore,
Claudio Volpe


P.S. Dimenticavo, sabato ricordatevi di manifestate in piedi con i libri aperti davanti agli occhi, come siete soliti fare. Ma mi raccomando, accertatevi di avere aperto i vostri libri nel senso giusto e non al contrario! Non si sa mai… magari scoprite qualcosa di nuovo!