mercoledì 17 febbraio 2016
Senatrice Monica Cirinnà non getti la spugna
Cara Senatrice Monica Cirinnà
In questi giorni il Parlamento italiano sta dando vita a uno spettacolo ignobile, vergognoso e squallido. Sulle unioni civili la maggioranza del PD si è spaccata, la destra omofoba sta dando il meglio di sé e i grillini voltagabbana stanno dando il colpo di grazia aiutando Giovanradi, Calderoli e compagnia bella ad affossare questo disegno di legge che se approvato riuscirebbe a dare una tutela seppur minima a milioni di persone. Questa mattina, dopo un'ora e mezza di biechi litigi e insulti, viene convocata una riunione dei capigruppo su richiesta del PD perché appare ormai certo che il canguro Marcucci non ha i voti sufficienti per passare. Lei, presa dallo sconforto dichiara, stando alla stampa, che è pronta a ritirarsi dal PD e a togliere il proprio nome dal ddl se questo verrà svuotato a ribasso. Cara Monica voglio dirle personalmente che non deve gettare la spugna e chiederle di non farlo! Sappiamo bene quanto possa essere frustrante e penoso lo spettacolo politico italiano su questioni di diritti civili, umani e di civiltà. Purtroppo le procedure, i conflitti e i giochetti di potere, come ben dimostrato in questi giorni da molti partiti, hanno più importanza della vita e della felicità delle persone. Il suo ddl ha impiegato tre anni per giungere in Parlamento dopo trent'anni di ritardo che ha bloccato l'Italia su questo argomento. So benissimo che probabilmente il suo ddl verrà offeso, umiliato, mortificato e vanificato in gran parte ma voglio chiederle con tutto me stesso di non arrendersi e di tirare avanti senza esitazioni nonostante tutto. Non possiamo permetterci di aspettare altri tre, quattro, cinque, trent'anni per riavere la possibilità che in Parlamento si torni a discutere una legge sui diritti civili. Non abbiamo tempo. La vita e la felicità di milioni di persone, uomini, donne, giovani, anziani e bambini non hanno tempo e non possono soccombere così miseramente. Le stepchild adoption sono sacrosante e vanno fatte a tutti i costi. Provateci in ogni modo, ma se la meschinità dei vostri oppositori non ve lo consentirà, avete ugualmente l'obbligo morale di portare a casa almeno una regolamentazione sulle unioni civili. Certo, sembra che noi tutti siamo qui a chiedere l'elemosina a un parlamento dispettoso, cieco e malvagio, e forse è davvero così. Ma questo è tutto ciò che ci resta, tutto ciò che la politica italiana ci ha lasciato in eredità: mendicare i diritti umani. Le unioni civili, anche senza stepchild, sarebbero tristi e vergognose, ma rappresenterebbero pur sempre un primo passo in avanti e ci consentirebbe di ripartire (perché tanto questo accadrà, che dovremmo ricominciare tutto da capo) non da zero ma almeno da 1. Sappia che la maggior parte del mondo LGTB e anche gran parte di quello eterosessuale è con lei, la sostiene e le è vicino. Raccolga la nostra energia, le nostre paure e aspettative, la nostra rabbia e vada avanti. Lei può farlo. Non si arrenda proprio ora. Noi non ci arrendiamo. E se questo parlamento incivile vorrà negare diritti così importanti contro il pare del mondo intero e della nostra Corte Costituzionale potrà farlo. Ma dovrà passare sopra il nostro cadavere! "Nessuna paura che mi calpestino, calpestata l'erba diventa un sentiero": sono parole della poetessa Blaga Dimitrova. Ecco, tenga a mente le parole di questa poetessa quando tornerà in aula tra poche ore per decidere cosa fare. Non si arrenda. Diventi un sentiero verso la civiltà! Diventi il nostro sentiero!
Claudio Volpe
mercoledì 27 gennaio 2016
Lettera aperta a voi che sabato parteciperete al Family Day
Cari voi che sabato prossimo
parteciperete al Family Day,
vi scrivo per chiedervi di aiutarmi a
capire alcune cose, perché vi giuro che io da studioso del diritto che cova il
sogno di divenire magistrato, da scrittore e da cittadino, proprio non riesco a
comprenderne il senso.
Non comprendo, ad esempio, per quale
motivo sabato prossimo vi ritroverete al Circo Massimo per manifestare a tutela
della famiglia. Di che famiglia parlate? Di quella naturale, certo. Ma cosa
deve intendersi per “naturale”? Per voi, ovviamente, naturale è la famiglia
costituita da padre, madre e figli. Bene, per me “naturale” è la famiglia che
sa adempiere al compito che “naturalmente” le compete, quello di essere un
luogo di amore, supporto e assistenza reciproca, un luogo dove sentirsi
accolti, sostenuti, accompagnati nel complesso percorso della vita. La famiglia
naturale è quella che nasce da un atto di amore e condivisione, da un progetto
di vita comune. Capite bene, cari voi che parteciperete al Family Day che in
questa visione di famiglia come nucleo d’amore ha ben poco a che fare il sesso
o l’orientamento sessuale dei genitori. Capite bene che nella vostra limitata
concezione di famiglia state buttando nella spazzatura centinaia di migliaia di
famiglie che divergono dalla vostra povera concezione: famiglie composte da
madri e padri single, da due padri e figli, da due madri e figli, da famiglie
allargate dove accanto a genitori e prole trovano posto nello stesso nucleo familiare
anche i nonni, fino alle stesse case-famiglia. Con la vostra limitata e
limitante visone della famiglia state sputando addosso a centinaia di migliaia
di bambini, quegli stessi bambini che avete la presunzione di voler proteggere
(da cosa poi? dal troppo amore?) e che, se fosse per voi, non dovrebbero mai
poter essere felici e realizzati all’interno del proprio nido familiare e
dovrebbero, invece, vergognarsi della propria famiglia. La verità, cari voi che
parteciperete al Family day, è che voi non andrete al Circo Massimo per
celebrare la famiglia ma la Vostra famiglia, solo la vostra, quella che più vi
piace, che più vi rassicura perché all’interno del suo schema rigido e omertoso
gli uomini potranno continuare a comandare e a soddisfare i propri istinti
alimentando il turismo sessuale minorile all’estero (e sì, noi italiani siamo i
primi fruitori di questo bel mercato) e le donne potranno continuare ad essere considerate
valevoli la metà degli uomini, a stare zitte e sottomesse, come sostiene qualche vostro leader. Manifesterete solo ed esclusivamente per la
vostra famiglia, i vostri capricci e i vostri privilegi.
Vorrei poi che mi spiegaste per quale
motivo se una donna ha un figlio e poi decide di condividere la propria vita
con un’altra donna, quest’ultima non debba poter adottare il figlio della
compagna. Per quale ragione nel caso in cui la madre biologica del bambino
morisse, questi dovrebbe rimanere orfano e sottoposto al processo di adozione da
parte di perfetti estranei? In poche parole, per quale ragione siete contrari
alla stepchild adoption che con l’utero in affitto non ha nulla a che fare
essendo questa una pratica (tra l’altro vietata in Italia) che non riguarda
solo le persone omosessuali ma anche le coppie eterosessuali? Mi spieghereste,
gentilmente, per quale ragione non scendete a manifestare contro i preti o i
genitori pedofili o contro quelle chiese che hanno deciso di non aprire le proprie
porte ai profughi? Per quale ragione vi sentite in diritto di poter imporre il
vostro volere alle famiglie degli altri (perché state pur tranquilli che
nessuno verrà a rubarvi vostro figlio per farlo adottare da due gay o due lesbiche)?
Cos’è che vi fa così paura di una società aperta all’accoglienza di ogni
bambino e alla tutela di ogni persona? Avete forse paura che tutti i figli di
coppie gay diventino gay e che l’umanità si estingua? State tranquilli che gay
si nasce e non si diventa, questo ormai è assodato! Dunque, potete dormire
sonni tranquilli!
Sappiate che i diritti o sono di tutti o non sono diritti ma
privilegi e che se il sonno della ragione, come ha detto qualcuno, genera
mostri, il vostro di sonno ne ha generati già troppi. È ora che vi svegliate perché
dei vostri incubi ne abbiamo fin sopra i capelli!
Interrogatevi
quindi, cari voi che parteciperete al Family Day, quando sabato prenderete i vostri
figli e li condurrete al Circo Massimo e chiedetevi se non è la vostra una strumentalizzazione
degli stessi. Certo anche le coppie gay hanno portato in piazza i propri figli
ma le due cose sono molto diverse perché quelli erano bambini che rivendicavano
il diritto ad avere una famiglia e non il diritto a negarla agli altri! Chiedetevi
se i vostri bambini sono d’accordo con voi o se magari, come è probabile,
credono che l’importante sia essere felici e sentirsi amati. Ascoltateli i
vostri figli: è probabile che vi insegnino qualcosa di bello!
Vi dico con tutto
il cuore, cari voi che parteciperete al Family Day, che credo sia giunto il
momento che la smettiate di nascondere il vostro razzismo e la vostra omofobia
(e ignoranza?) dietro alla scusa che volete solo il bene dei figli. A voi dei
figli non importa nulla. Non vi importa dei figli quando li trascurate o li
date per scontati, quando li ripudiate perché gay, quando non rispettate i loro
sogni, quando tradite la loro fiducia, quando distruggete il mondo nel quale
dovranno vivere il loro futuro e soprattutto quando vi ergete a custodi di una
verità assoluta, cattofascista e limitante dove due padri, due madri o madri e
padri single non sono una famiglia. Famiglia che, giova ribadirlo perché sembra
facciate molta fatica a capirlo, è invece luogo di amore imperituro, di
accoglienza sconfinata, di supporto nel dolore, assistenza nella disperazione e
partecipazione nella gioia. No, a voi non importa nulla dei figli, neanche dei
vostri, a quanto pare, perché se così fosse vi impegnereste per renderli uomini
e donne liberi e umani verso gli altri. A voi importa solo del vostro
ideologismo becero e spicciolo e delle statue di Cristo nelle chiese mentre l’umanità,
quella vera che si aggira per le strade del mondo, ai vostri occhi non esiste
neanche!
Quindi, fate pure con comodo sabato prossimo, manifestate contro i
diritti di qualcuno, andate appresso a speculatori e sciacalli che di questa
assenza di tutela per centinaia di migliaia di persone vogliono fare il loro
trampolino per salire alle luci della ribalta, sprecate il vostro tempo e le
vostre energie in modo così sciocco. Ma sappiate che sarà tutto inutile perché il
progresso è inarrestabile e l’amore vince sempre. Sappiate che potrete anche
prendervi a frustate o indossare il cilicio come i più medioevali degli uomini,
ma nessuno smetterà di invocare il riconoscimento di diritti che sono umani
prima ancora che civili. Sappiate che col vostro atteggiamento state nello
stesso momento violando il diritto alla felicità di altri uomini, norme costituzionali,
direttive europee, interventi della Corte Europea dei diritti dell’uomo e anche
il messaggio di quel Cristo al quale volete essere tanto devoti finendo solo
per fare esattamente l’opposto di quello che questi ha sempre detto. Fate insomma,
un po’ come volete! Ricordate solo una cosa però: quando tra vent’anni ci
guarderemo indietro, proveremo tutti molta vergogna per il ritardo con il quale
abbiamo riconosciuto un diritto civile così importante e imprescindibile, così
evidente e indispensabile. Scegliete ora, dunque, da che parte stare, se da
quella di chi opprime o da quella di chi lotta per una società più giusta e
umana! È adesso il tempo di scegliere! Perché, come si dice, la
bellezza è incominciata quando qualcuno ha avuto il coraggio di scegliere!
Vostro non sostenitore,
Claudio Volpe
P.S. Dimenticavo,
sabato ricordatevi di manifestate in piedi con i libri aperti davanti agli
occhi, come siete soliti fare. Ma mi raccomando, accertatevi di avere aperto i
vostri libri nel senso giusto e non al contrario! Non si sa mai… magari
scoprite qualcosa di nuovo!
sabato 21 novembre 2015
"Papà, mamma e gender": Michela Marzano e il coraggio di raccontare la vita.
Di voci che con coraggio e attenzione sappiano raccontare le pieghe più intime della vita umana nel suo poliedrico atteggiarsi: di questo abbiamo bisogno oggi, in questo mondo dove nessuno sa più spiegarsi e spiegare, dove le urla si sovrappongono per prevalere barbaramente sull'altro. Perché in fondo non conta comunicate davvero qualcosa, non contano le idee e le battaglie di civiltà da portare avanti e non conta neanche la vita delle persone assediate da quella mancanza con la quale ognuno di noi deve imparare a fare i conti. Michela Marzano, la più nota filosofa italiana, riesce perfettamente lì dove molti altri hanno fallito. Con parole semplici ma mai scontate e un ragionamento rigoroso che sa dare spazio al senso di umanità del mondo, sa spiegare la vita nella sua complessità, nel suo essere costellata di buchi, nella sua meravigliosa bellezza. La filosofa Marzano, in ogni sua opera e sopratutto nel suo ultimo libro "Papà, mamma e gender" (UTET) sa come parlare di concetti complessi in modo naturale e spontaneo e sa argomentare con lucidità e profondità senza mai mettere da parte la consapevolezza che ogni discorso, pensiero, ragionamento, diritto o battaglia non sono mai solo quello che sono ma rappresentano anche e sopratutto la manifestazione di quel senso di umano che spesso viene sacrificato sotto il peso di pregiudizi, paure e preconcetti. In questa sua opera Michela Marzano offre al lettore un'attenta analisi del famigerato "gender" spiegandoci quali siano le fallacie nelle quali tutti coloro che si scagliano contro questa presunta teoria cadono. Perché l'omosessualità, il transessualismo, la volontà di riconoscere la complessità della struttura dell'identità sessuale e di genere di una persona debbano fare così paura? Perché non possiamo immaginare un mondo dove la libertà sia davvero un diritto di tutti indipendentemente dal genere sessuale, dal sesso e dall'orientamento? Perché un gay deve essere una donna mancata è una lesbica un maschio represso? Perché si fa così fatica ad accettare l'idea che ognuno è ciò che è e che riconoscere diritti all'altro non vuol dire toglierne a noi? Sono questi i temi che la filosofa affronta in questo saggio coinvolgente e appassionato senza mai dimenticarsi di far passare le proprie riflessioni attraverso il proprio vissuto e la propria carne. E ancora: cos'è davvero la famiglia e cosa vuol dire famiglia naturale? E' il diritto che dà dignità a essa o sono l'amore e la progettualità che due persone insieme possono avviare per dare senso alla propria esistenza? I figli delle famiglie omosessuali sono davvero così "svantaggiati" ed esposti a sofferenze e problemi come qualcuno vorrebbe far credere? E per quale assurdo motivo il riconoscimento della dignità delle famiglie omosessuali, realtà di fatto già esistente e innegabile, dovrebbe rappresentare un attentato alla dignità umana? Scrive la Marzano in un lucido passo del suo saggio: "Non so perché si insista ad assimilare il riconoscimento dell'esistenza di varie famiglie - perché la famiglia al singolare, come ho già detto, non esiste più da tempo; di famiglie ce ne sono tante e variegate; c'è chi si sposa e chi divorzia, chi ha figli e chi non ne ha, chi li cresce da solo e chi invece se ne occupa con il compagno o con la compagna - con la volontà di distruggere la base stessa della società. Non so perché si immagini che la reversibilità della pensione o l'assistenza dell'altro nella buona come nella cattiva sorte debbano essere riservati solo a chi, certo non per scelta, ma perché così è capitato, è affettivamente e sessualmente attirato da persone di un altro sesso e non possa invece valere per tutti. Ma la cosa che mi sciocca veramente, al di là della retorica sulla famiglia, è che un uomo di Chiesa, e per di più Segretario di Stato Vaticano, evochi la "sconfitta dell'umanità" parlando delle famiglie omogenitoriali. L'umanità la si sconfigge quando la si nega, quando si immagina di poter trattare un essere umano come una semplice cosa. L'umanità è sconfitta dal non rispetto della dignità, dalla cattiveria, dall'assenza di compassione, dalla vendetta. Sconfiggere l'umanità significa cedere all'odio e all'intolleranza, alla rabbia e alla distruzione. L'utilizzo della tortura distrugge l'umanità. Così come le persecuzioni, le pulizie etniche, i genocidi, la Shoah. Come si fa anche solo a evocare la "sconfitta dell'umanità" quando, in nome dell'uguaglianza di tutte e di tutti indipendentemente dalle differenze specifiche di ognuno, si prende sul serio la domanda di riconoscimento che ci viene rivolta ormai da troppo tempo da parte delle persone omosessuali? Comprenda chi può. E lo si spieghi anche a chi, nel Vangelo, legge solo messaggi di amore".
Un libro, dunque, da leggere nelle scuole, nelle Chiese, nelle piazze, nelle famiglie, nei circoli politici, nelle sedi delle istituzioni; un libro da leggere dopo aver fatto l'amore con la persona amata magari per eliminare quella vergogna provata perché questa persona che sta tra le nostre braccia o tra le cui braccia stiamo è del nostro stesso sesso; un libro da leggere a pranzo a tavola con i propri genitori o in ufficio con i propri colleghi o ancora in quei salotti televisivi dove troppo spesso le informazioni vengono distorte. Un libro spietato contro ogni forma di cecità mentale e al contempo dolcissimo e accogliente verso quanti hanno il coraggio e la tenacia di mettersi ancora a pensare, riflettere, distinguere, comprendere. Un libro che parla della vita e che regala tanta vita a quanti, omosessuali, transessuali, bisessuali o meno, sanno ancora gioire della complessità delle cose, delle identità e degli esseri umani.
mercoledì 17 giugno 2015
LA COMPESSITA' DELLE COSE
(poesie di Claudio Volpe)
Con “La complessità delle cose” Claudio Volpe torna a occuparsi di poesia riscoprendo l’afflato lirico che già aveva trovato in giovanissima età componendo poesie come celebrazione della bellezza della vita. Con questa innovativa e coraggiosa raccolta di liriche, l’autore ha scelto di indagare il mondo in ogni sua sfaccettatura, calandosi a pieno nella realtà dell’essere umano e penetrando nelle viscere delle cose che costruiscono la nostra realtà. Ecco dunque che l’amore e la felicità, il dolore e il disorientamento, il sesso e la memoria diventano i mattoni di una costruzione complessa dinanzi alla quale ognuno di noi si pone con meraviglia e stupore. La consapevolezza che la realtà sia qualcosa di estremamente complesso spinge ad un amore universale verso ogni essere e verso quel senso di umanità che ci rende capaci, nonostante tutto, di scovare la bellezza di esistere.
Qual è la strada per il
paradiso?
È nel palmo della tua mano
quando mi accarezzi
ed è nel palmo della mia
mentre ti sorreggo.
Dov’è la strada per la felicità?
È nelle pieghe del tuo volto
quando guardi il mio
che avanza randagio nella vita
ed è nelle rughe del mio sorriso
accartocciato quando vedo l’universo
esplodere nei tuoi occhi.
Come si sale fin sopra al cielo
senza passare per l’inferno?
Forse prendendoci, mano nella mano,
mentre corriamo nella foresta
quando è notte:
io dietro che ti seguo,
tu dietro che mi segui.
E guarderemo finire
il nostro tempo senza tremare
se non di quell’amore che ci abita.
giovedì 14 maggio 2015
Dacia Maraini e Roberto Ippolito presentano "RICORDAMI DI ESSERE FELICE" di Claudio Volpe
RICORDAMI DI ESSERE FELICE
IL NUOVO LIBRO
DI
CLAUDIO VOLPE
(foto: Valeria Volpe)
(foto: Valeria Volpe)
Dacia Maraini, la più importante e famosa scrittrice italiana al mondo, vincitrice del Premio Strega e del Premio Campiello, è colei che ha scoperto Claudio Volpe come scrittore fin dai tempi del suo primo romanzo "Il vuoto intorno", scritto all'età di ventuno anni e dalla stessa presentato al Premio Strega.
(foto: Foto Giovanni Currado Agr dell'11 giugno 2014.)
Roberto Ippolito è un noto dei più noti scrittori e giornalisti italiani, autore di best seller come "Evasori", "Il Bel Paese maltrattato", "Ignoranti" e "Abusivi". Dirige il festival letterario "Libri al centro", il primo festival letterario a svolgersi in un centro commerciale.
CLAUDIO VOLPE
nasce a Catania nel 1990, si diploma al liceo
classico e si laurea con lode in giurisprudenza. Nel 2012 pubblica il suo
romanzo d’esordio, “Il vuoto intorno”, presentato al Premio Strega da Dacia
Maraini, vince il Premio Franco Enriquez ed è finalista al Premio Torre
Petrosa. Nel 2013 esce “Stringimi prima che arrivi la notte”, anch’esso
presentato al Premio Strega e finalista al premio Flaiano. Sempre nel 2013
vince il Premio Internazionale Napoli Cultural Classic e pubblica “Raccontami
l’amore”, dialogo scritto a quattro mani con l’ex parlamentare Anna Paola
Concia sui temi dell’omosessualità e della violenza sulle donne.
IL LIBRO:
“Ricordami di essere felice” è
il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali
che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più
nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza
della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere
davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che
non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte
voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a
prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito,
l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque
cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che
gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.
domenica 22 marzo 2015
RICORDAMI DI ESSERE FELICE
RICORDAMI DI ESSERE FELICE
il mio nuovo libro in libreria dal (25 marzo 2015)
“Ricordami di essere felice” è
il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali
che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più
nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza
della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere
davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che
non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte
voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a
prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito,
l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque
cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che
gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.
"Sono racconti quelli di Claudio Volpe che afferrano fortemente la vita,
la scuotono, la abbattono, non le danno requie, compiendo un salutare salto nel
vuoto per porre al centro una realtà, la nostra (il nulla degli affetti, la
guerra, l’intolleranza, lo stillicidio della violenza quotidiana) ribollente e
perennemente in costruzione. Vogliono rappresentare paure, aspettative, sogni,
desideri, nevrosi e contraddizioni, azioni, scelte, inganni, precipizi della
mente, ingorghi e violenze dell’esistenza. Un mondo corrusco, caravaggesco, in
cui le singole storie riflettono una sensazione e un ansito di corsa, un
correre dal buio verso un’impossibile luce, una sorta di riscatto od’improbabile
salvezza. L’occhio
insieme fulminante e pietoso del narratore riesce a circoscrivere questo suo
mondo brulicante e straziato, questa geografia di sentimenti angosce e passioni
in una bruciante, continua identificazione negli smarrimenti angosciosi dei
vari ”naufraghi”, i suoi frastornati piccoli eroi, sconfitti e disorientati.
Prima custoditi dentro la placenta marina (come nel simbolico racconto d’esordio
“Io sono il mare”), e poi gettati sulla spiaggia fradici, stillanti, trasfigurati
di caos irreale."
(dalla prefazione di Renato Minore)
lunedì 2 giugno 2014
IO NON POSSO ESSERE (spettacolo teatrale in cerca di un produttore)
Incipit dello spettacolo teatrale "IO NON POSSO ESSERE" dove denuncio quello che sta accadendo in Russia contro gli omosessuali. Siamo in cerca di un produttore.
"Non serve a niente gridare quando hai un cordone di persone attorno a te, tenaglia di odio pronto a spezzarti. Non serve a niente piangere davanti a persone con bocche che digrignano i denti in un sorriso beffardo e trasudante cattiveria e sadico divertimento. E non serve a niente pensare agli uomini che nelle tue fantasie solitamente tanto ti eccitano quando te ne devi stare nudo al centro di una stanza, seduto su un letto dalla rete cigolante, e lasciare che occhi spietati di ragazzi e ragazze picchino il tuo corpo prima ancora che a farlo siano le mani e i piedi. Ci puoi provare, con impegno, attenzione, con tutto te stesso ma puoi essere certo che non riuscirai ad avere alcuna erezione. Anche se è quello che vogliono, anche se ti urlano di fartelo venire duro perché le loro menti sfondate vogliono vedere come si masturba un frocio, anche se ogni volta che fallisci e ti ritrovi a stringeretra le mani un cazzo molle e rattrappito dalla paura, ti menano un ceffone in pieno volto o ti sputano addosso. Non riesci. Hai il cuore che perde battiti, che pulsa come un matto e si scontra coi polmoni, collide con lo stomaco, si ferisce arrivandoti in bocca e sfregando contro i denti: sembra un deportato che per sfuggire all’orrore di un campo di concentramento si getta sul filo spinato sperando di morire prima, subito, adesso. E tu vorresti morderlo quel cuore, tuo muscolo della vita, vorresti dilaniarlo, farlo arrestare. Tanto a cosa ti serve un cuore che ti fa vivere se la tua vita è feccia del mondo, merda di topo, sbaglio della natura, aborto di Dio? Vorresti crepare subito e trovare pace.E forse, alla fine, ce la farai a morire, chiuderai gli occhi pesti di botte e morirai in santa pace. Ma la morte devi meritartela, conquistartela. Devi attendere che sopraggiunga, assorbire come una spugna gli schiaffi, i pugni, i calci nel costato, sulla schiena, sui reni. Devi startene accovacciato al pavimento, posizione fetale come quando sei venuto al mondo, quella migliore forse per lasciarlo. Devi accogliere sputi in faccia e seguire il percorso della saliva che dalla fronte cola sugli occhi, sulle labbra, lungo il mento. Devi ascoltare le motivazioni per le quali i giustizieri hanno deciso di fare quello che ti stanno facendo: sei gay e tu devi sapere che meriti la morte. Devi rispondere “sì, credo sia giusto”, devi sentirti una merda perversa, dismessa, riversa a terra come una carogna rifiutata anche dagli avvoltoi, devi renderti conto di essere qualcosa che infetta ed inquina il mondo, qualcosa che fa ribrezzo, tocca lo stomaco, offende la mente, ferisce gli occhi. Sai più o meno come vanno queste cose perché succedono spesso e nessuno fa nulla per nasconderle. Sei in Russia, le autorità sono consenzienti, è vietata la propaganda omosessuale, se denunci una violenza alla polizia ti viene risposto con volto pieno di stupore “di cosa ti meravigli? Sei omosessuale, è normale che ti picchino. Chi dovremmo denunciare?”. Si verifica sempre questa strana inversione tra vittima e carnefice. La vittima diventa colpevole della violenza subita come accade quando una donna stuprata è chiamata a dimostrare di non essere stata consenziente al rapporto sessuale. Dicono che sia contro la tradizione essere omosessuali ma io credo che la modernità consista nel rompere le armonie cui la tradizione stessa ci ha abituato e che ci ritroviamo a vivere passivamente. Il senso del progresso sta nel guardare in faccia il nostro vivere, toccarne le asprezze e gli spigoli senza paura fino a farne nuova armonia. L’armonia sta dentro di noi, nel nostro modo di leggere la realtà dell’umanità e di amarla. Altrimenti la tradizione ci ammazza. Qui se ti trovano per strada, ti si scagliano contro. Avanzano come un plotone pronto a sfondare il reggimento nemico, fedele a una guerra contro avversari nauseabondi da annientare. Ti chiudono in un angolo, ti menano schiaffi, ti fanno cadere, ti prendono a calci, ti calpestano con la punta dura dei loro stivali, ti sollevano e ti scaraventano a terra. Ti afferrano per il collo col braccio e ti tirano giù. Stringono, stringono forte fino a soffocarti e ti fanno sbattere il muso contro staccionate di legno o ringhiere di ferro e tu ti ritrovi con la bocca sanguinante, i denti rotti, le gengive sfondate e la lingua dilaniata a piangere e gemere e urlare e supplicare e pregare mentre sei in una zona pubblica in pieno giorno e ci sono tante persone, passanti, studenti, madri con in grembo i propri figli, anziani che passeggiano con il proprio cane e chiunque potrebbe fare qualcosa, la polizia potrebbe fare qualcosa. E invece nessuno fa nulla e il sole, alto nel cielo, illumina la scena come unocchio di bue sparato su teatranti abili ed esperti. Ti senti una carogna, vieni trascinato e menato a destra e a manca, ti strappano i vestiti, sembri un mendicante, ti tengono per la calotta, ti afferrano i capelli. Ti ritrovi riverso in terra, precipiti senza troppo dolore perché l’erba è alta ma il sollievo per il non doloroso atterraggio svanisce, immediatamente, coperto dal peso di un piede sullo sterno e un altro sulla bocca dello stomaco. Farfugli parole, blateri, vaneggi, chissà cosa dici. Forse non sono discorsi di senso compiuto. Sono solo parole rivestite di sgomento e terrore vomitate insieme all’anima. Il fatto è che queste violenze hanno ormai legittimazione pubblica."
"Non serve a niente gridare quando hai un cordone di persone attorno a te, tenaglia di odio pronto a spezzarti. Non serve a niente piangere davanti a persone con bocche che digrignano i denti in un sorriso beffardo e trasudante cattiveria e sadico divertimento. E non serve a niente pensare agli uomini che nelle tue fantasie solitamente tanto ti eccitano quando te ne devi stare nudo al centro di una stanza, seduto su un letto dalla rete cigolante, e lasciare che occhi spietati di ragazzi e ragazze picchino il tuo corpo prima ancora che a farlo siano le mani e i piedi. Ci puoi provare, con impegno, attenzione, con tutto te stesso ma puoi essere certo che non riuscirai ad avere alcuna erezione. Anche se è quello che vogliono, anche se ti urlano di fartelo venire duro perché le loro menti sfondate vogliono vedere come si masturba un frocio, anche se ogni volta che fallisci e ti ritrovi a stringeretra le mani un cazzo molle e rattrappito dalla paura, ti menano un ceffone in pieno volto o ti sputano addosso. Non riesci. Hai il cuore che perde battiti, che pulsa come un matto e si scontra coi polmoni, collide con lo stomaco, si ferisce arrivandoti in bocca e sfregando contro i denti: sembra un deportato che per sfuggire all’orrore di un campo di concentramento si getta sul filo spinato sperando di morire prima, subito, adesso. E tu vorresti morderlo quel cuore, tuo muscolo della vita, vorresti dilaniarlo, farlo arrestare. Tanto a cosa ti serve un cuore che ti fa vivere se la tua vita è feccia del mondo, merda di topo, sbaglio della natura, aborto di Dio? Vorresti crepare subito e trovare pace.E forse, alla fine, ce la farai a morire, chiuderai gli occhi pesti di botte e morirai in santa pace. Ma la morte devi meritartela, conquistartela. Devi attendere che sopraggiunga, assorbire come una spugna gli schiaffi, i pugni, i calci nel costato, sulla schiena, sui reni. Devi startene accovacciato al pavimento, posizione fetale come quando sei venuto al mondo, quella migliore forse per lasciarlo. Devi accogliere sputi in faccia e seguire il percorso della saliva che dalla fronte cola sugli occhi, sulle labbra, lungo il mento. Devi ascoltare le motivazioni per le quali i giustizieri hanno deciso di fare quello che ti stanno facendo: sei gay e tu devi sapere che meriti la morte. Devi rispondere “sì, credo sia giusto”, devi sentirti una merda perversa, dismessa, riversa a terra come una carogna rifiutata anche dagli avvoltoi, devi renderti conto di essere qualcosa che infetta ed inquina il mondo, qualcosa che fa ribrezzo, tocca lo stomaco, offende la mente, ferisce gli occhi. Sai più o meno come vanno queste cose perché succedono spesso e nessuno fa nulla per nasconderle. Sei in Russia, le autorità sono consenzienti, è vietata la propaganda omosessuale, se denunci una violenza alla polizia ti viene risposto con volto pieno di stupore “di cosa ti meravigli? Sei omosessuale, è normale che ti picchino. Chi dovremmo denunciare?”. Si verifica sempre questa strana inversione tra vittima e carnefice. La vittima diventa colpevole della violenza subita come accade quando una donna stuprata è chiamata a dimostrare di non essere stata consenziente al rapporto sessuale. Dicono che sia contro la tradizione essere omosessuali ma io credo che la modernità consista nel rompere le armonie cui la tradizione stessa ci ha abituato e che ci ritroviamo a vivere passivamente. Il senso del progresso sta nel guardare in faccia il nostro vivere, toccarne le asprezze e gli spigoli senza paura fino a farne nuova armonia. L’armonia sta dentro di noi, nel nostro modo di leggere la realtà dell’umanità e di amarla. Altrimenti la tradizione ci ammazza. Qui se ti trovano per strada, ti si scagliano contro. Avanzano come un plotone pronto a sfondare il reggimento nemico, fedele a una guerra contro avversari nauseabondi da annientare. Ti chiudono in un angolo, ti menano schiaffi, ti fanno cadere, ti prendono a calci, ti calpestano con la punta dura dei loro stivali, ti sollevano e ti scaraventano a terra. Ti afferrano per il collo col braccio e ti tirano giù. Stringono, stringono forte fino a soffocarti e ti fanno sbattere il muso contro staccionate di legno o ringhiere di ferro e tu ti ritrovi con la bocca sanguinante, i denti rotti, le gengive sfondate e la lingua dilaniata a piangere e gemere e urlare e supplicare e pregare mentre sei in una zona pubblica in pieno giorno e ci sono tante persone, passanti, studenti, madri con in grembo i propri figli, anziani che passeggiano con il proprio cane e chiunque potrebbe fare qualcosa, la polizia potrebbe fare qualcosa. E invece nessuno fa nulla e il sole, alto nel cielo, illumina la scena come unocchio di bue sparato su teatranti abili ed esperti. Ti senti una carogna, vieni trascinato e menato a destra e a manca, ti strappano i vestiti, sembri un mendicante, ti tengono per la calotta, ti afferrano i capelli. Ti ritrovi riverso in terra, precipiti senza troppo dolore perché l’erba è alta ma il sollievo per il non doloroso atterraggio svanisce, immediatamente, coperto dal peso di un piede sullo sterno e un altro sulla bocca dello stomaco. Farfugli parole, blateri, vaneggi, chissà cosa dici. Forse non sono discorsi di senso compiuto. Sono solo parole rivestite di sgomento e terrore vomitate insieme all’anima. Il fatto è che queste violenze hanno ormai legittimazione pubblica."
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