sabato 21 novembre 2015

"Papà, mamma e gender": Michela Marzano e il coraggio di raccontare la vita.






Di voci che con coraggio e attenzione sappiano raccontare le pieghe più intime della vita umana nel suo poliedrico atteggiarsi: di questo abbiamo bisogno oggi, in questo mondo dove nessuno sa più spiegarsi e spiegare, dove le urla si sovrappongono per prevalere barbaramente sull'altro. Perché in fondo non conta comunicate davvero qualcosa, non contano le idee e le battaglie di civiltà da portare avanti e non conta neanche la vita delle persone assediate da quella mancanza con la quale ognuno di noi deve imparare a fare i conti. Michela Marzano, la più nota filosofa italiana, riesce perfettamente lì dove molti altri hanno fallito. Con parole semplici ma mai scontate e un ragionamento rigoroso che sa dare spazio al senso di umanità del mondo, sa spiegare la vita nella sua complessità, nel suo essere costellata di buchi, nella sua meravigliosa bellezza. La filosofa Marzano, in ogni sua opera e sopratutto nel suo ultimo libro "Papà, mamma e gender" (UTET) sa come parlare di concetti complessi in modo naturale e spontaneo e sa argomentare con lucidità e profondità senza mai mettere da parte la consapevolezza che ogni discorso, pensiero, ragionamento, diritto o battaglia non sono mai solo quello che sono ma rappresentano anche e sopratutto la manifestazione di quel senso di umano che spesso viene sacrificato sotto il peso di pregiudizi, paure e preconcetti. In questa sua opera Michela Marzano offre al lettore un'attenta analisi del famigerato "gender" spiegandoci quali siano le fallacie nelle quali tutti coloro che si scagliano contro questa presunta teoria cadono. Perché l'omosessualità, il transessualismo, la volontà di riconoscere la complessità della struttura dell'identità sessuale e di genere di una persona debbano fare così paura? Perché non possiamo immaginare un mondo dove la libertà sia davvero un diritto di tutti indipendentemente dal genere sessuale, dal sesso e dall'orientamento? Perché un gay deve essere una donna mancata è una lesbica un maschio represso? Perché si fa così fatica ad accettare l'idea che ognuno è ciò che è e che riconoscere diritti all'altro non vuol dire toglierne a noi? Sono questi i temi che la filosofa affronta in questo saggio coinvolgente e appassionato senza mai dimenticarsi di far passare le proprie riflessioni attraverso il proprio vissuto e la propria carne. E ancora: cos'è davvero la famiglia e cosa vuol dire famiglia naturale? E' il diritto che dà dignità a essa o sono l'amore  e la progettualità che due persone insieme possono avviare per dare senso alla propria esistenza? I figli delle famiglie omosessuali sono davvero così "svantaggiati" ed esposti a sofferenze e problemi come qualcuno vorrebbe far credere? E per quale assurdo motivo il riconoscimento della dignità delle famiglie omosessuali, realtà di fatto già esistente e innegabile, dovrebbe rappresentare un attentato alla dignità umana? Scrive la Marzano in un lucido passo del suo saggio: "Non so perché si insista ad assimilare il riconoscimento dell'esistenza di varie famiglie - perché la famiglia al singolare, come ho già detto, non esiste più da tempo; di famiglie ce ne sono tante e variegate; c'è chi si sposa e chi divorzia, chi ha figli e chi non ne ha, chi li cresce da solo e chi invece se ne occupa con il compagno o con la compagna - con la volontà di distruggere la base stessa della società. Non so perché si immagini che la reversibilità della pensione o l'assistenza dell'altro nella buona come nella cattiva sorte debbano essere riservati solo a chi, certo non per scelta, ma perché così è capitato, è affettivamente e sessualmente attirato da persone di un altro sesso e non possa invece valere per tutti. Ma la cosa che mi sciocca veramente, al di là della retorica sulla famiglia, è che un uomo di Chiesa, e per di più Segretario di Stato Vaticano, evochi la "sconfitta dell'umanità" parlando delle famiglie omogenitoriali. L'umanità la si sconfigge quando la si nega, quando si immagina di poter trattare un essere umano come una semplice cosa. L'umanità è sconfitta dal non rispetto della dignità, dalla cattiveria, dall'assenza di compassione, dalla vendetta. Sconfiggere l'umanità significa cedere all'odio e all'intolleranza, alla rabbia  e alla distruzione. L'utilizzo della tortura distrugge l'umanità. Così come le persecuzioni, le pulizie etniche, i genocidi, la Shoah. Come si fa anche solo a evocare la "sconfitta dell'umanità" quando, in nome dell'uguaglianza di tutte e di tutti indipendentemente dalle differenze specifiche di ognuno, si prende sul serio la domanda di riconoscimento che ci viene rivolta ormai da troppo tempo da parte delle persone omosessuali? Comprenda chi può. E lo si spieghi anche a chi, nel Vangelo, legge solo messaggi di amore".

Un libro, dunque, da leggere nelle scuole, nelle Chiese, nelle piazze, nelle famiglie, nei circoli politici, nelle sedi delle istituzioni; un libro da leggere dopo aver fatto l'amore con la persona amata magari per eliminare quella vergogna provata perché questa persona che sta tra le nostre braccia o tra le cui braccia stiamo è del nostro stesso sesso; un libro da leggere a pranzo a tavola con i propri genitori o in ufficio con i propri colleghi o ancora in quei salotti televisivi dove troppo spesso le informazioni vengono distorte. Un libro spietato contro ogni forma di cecità mentale e al contempo dolcissimo e accogliente verso quanti hanno il coraggio e la tenacia di mettersi ancora a pensare, riflettere, distinguere, comprendere. Un libro che parla della vita e che regala tanta vita a quanti, omosessuali, transessuali, bisessuali o meno, sanno ancora gioire della complessità delle cose, delle identità e degli esseri umani. 

mercoledì 17 giugno 2015

LA COMPESSITA' DELLE COSE

(poesie di Claudio Volpe)




Con “La complessità delle cose” Claudio Volpe torna a occuparsi di poesia riscoprendo l’afflato lirico che già aveva trovato in giovanissima età componendo poesie come celebrazione della bellezza della vita. Con questa innovativa e coraggiosa raccolta di liriche, l’autore ha scelto di indagare il mondo in ogni sua sfaccettatura, calandosi a pieno nella realtà dell’essere umano e penetrando nelle viscere delle cose che costruiscono la nostra realtà. Ecco dunque che l’amore e la felicità, il dolore e il disorientamento, il sesso e la memoria diventano i mattoni di una costruzione complessa dinanzi alla quale ognuno di noi si pone con meraviglia e stupore. La consapevolezza che la realtà sia qualcosa di estremamente complesso spinge ad un amore universale verso ogni essere e verso quel senso di umanità che ci rende capaci, nonostante tutto, di scovare la bellezza di esistere.







Qual è la strada per il
paradiso?
È nel palmo della tua mano
quando mi accarezzi
ed è nel palmo della mia
mentre ti sorreggo.

Dov’è la strada per la felicità?
È nelle pieghe del tuo volto
quando guardi il mio
che avanza randagio nella vita
ed è nelle rughe del mio sorriso
accartocciato quando vedo l’universo
esplodere nei tuoi occhi.

Come si sale fin sopra al cielo
senza passare per l’inferno?
Forse prendendoci, mano nella mano,
mentre corriamo nella foresta
quando è notte:
io dietro che ti seguo,
tu dietro che mi segui.
E guarderemo finire
il nostro tempo senza tremare
se non di quell’amore che ci abita.



Claudio Volpe nasce nel 1990. E' autore di romanzi, poesie e testi teatrali. Tra le sue opere, "Il vuoto intorno" (presentato al Premio Strega da Dacia Maraini) ,  "Stringimi prima che arrivi la notte" (presentato al Premio Strega da Renato Minore e finalista al Premio Flaiano), "Raccontami l'amore", "Ricordami di essere felice".  

giovedì 14 maggio 2015

Dacia Maraini e Roberto Ippolito presentano "RICORDAMI DI ESSERE FELICE" di Claudio Volpe

RICORDAMI DI ESSERE FELICE


IL NUOVO LIBRO
DI 
CLAUDIO VOLPE


                                                               (foto: Valeria Volpe)

Venerdì 15 maggio, alle ore 18:00 presso La Feltrinelli di Via Appia a Roma (metro Furio Camillo) Dacia Maraini e Roberto Ippolito presenteranno "RICORDAMI DI ESSERE FELICE", il nuovo libro di Claudio Volpe.

                                                                  (foto: Valeria Volpe)

Dacia Maraini, la più importante e famosa scrittrice italiana al mondo, vincitrice del Premio Strega e del Premio Campiello, è colei che ha scoperto Claudio Volpe come scrittore fin dai tempi del suo primo romanzo "Il vuoto intorno", scritto all'età di ventuno anni e dalla stessa presentato al Premio Strega.

                                            (foto: Foto Giovanni Currado Agr dell'11 giugno 2014.)

Roberto Ippolito è un noto dei più noti scrittori e giornalisti italiani, autore di best seller come "Evasori", "Il Bel Paese maltrattato", "Ignoranti" e "Abusivi". Dirige il festival letterario "Libri al centro", il primo festival letterario a svolgersi in un centro commerciale.

                                                     CLAUDIO VOLPE


nasce a Catania nel 1990, si diploma al liceo classico e si laurea con lode in giurisprudenza. Nel 2012 pubblica il suo romanzo d’esordio, “Il vuoto intorno”, presentato al Premio Strega da Dacia Maraini, vince il Premio Franco Enriquez ed è finalista al Premio Torre Petrosa. Nel 2013 esce “Stringimi prima che arrivi la notte”, anch’esso presentato al Premio Strega e finalista al premio Flaiano. Sempre nel 2013 vince il Premio Internazionale Napoli Cultural Classic e pubblica “Raccontami l’amore”, dialogo scritto a quattro mani con l’ex parlamentare Anna Paola Concia sui temi dell’omosessualità e della violenza sulle donne.

                                                                    IL LIBRO:


“Ricordami di essere felice” è il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito, l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.

domenica 22 marzo 2015

RICORDAMI DI ESSERE FELICE

RICORDAMI DI ESSERE FELICE
il mio nuovo libro in libreria dal (25 marzo 2015)



“Ricordami di essere felice” è il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito, l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.





"Sono racconti quelli di Claudio Volpe che afferrano fortemente la vita, la scuotono, la abbattono, non le danno requie, compiendo un salutare salto nel vuoto per porre al centro una realtà, la nostra (il nulla degli affetti, la guerra, l’intolleranza, lo stillicidio della violenza quotidiana) ribollente e perennemente in costruzione. Vogliono rappresentare paure, aspettative, sogni, desideri, nevrosi e contraddizioni, azioni, scelte, inganni, precipizi della mente, ingorghi e violenze dell’esistenza. Un mondo corrusco, caravaggesco, in cui le singole storie riflettono una sensazione e un ansito di corsa, un correre dal buio verso un’impossibile luce, una sorta di riscatto od’improbabile salvezza. L’occhio insieme fulminante e pietoso del narratore riesce a circoscrivere questo suo mondo brulicante e straziato, questa geografia di sentimenti angosce e passioni in una bruciante, continua identificazione negli smarrimenti angosciosi dei vari ”naufraghi”, i suoi frastornati piccoli eroi, sconfitti e disorientati. Prima custoditi dentro la placenta marina (come nel simbolico racconto d’esordio “Io sono il mare”), e poi gettati sulla spiaggia fradici, stillanti, trasfigurati di caos irreale."

(dalla prefazione di Renato Minore)
 

lunedì 2 giugno 2014

IO NON POSSO ESSERE (spettacolo teatrale in cerca di un produttore)


Incipit dello spettacolo teatrale "IO NON POSSO ESSERE" dove denuncio quello che sta accadendo in Russia contro gli omosessuali. Siamo in cerca di un produttore. 




"Non serve a niente gridare quando hai un cordone di persone attorno a te, tenaglia di odio pronto a spezzarti. Non serve a niente piangere davanti a persone con bocche che digrignano i denti in un sorriso beffardo e trasudante cattiveria e sadico divertimento. E non serve a niente pensare agli uomini che nelle tue fantasie solitamente tanto ti eccitano quando te ne devi stare nudo al centro di una stanza, seduto su un letto dalla rete cigolante, e lasciare che occhi spietati di ragazzi e ragazze picchino il tuo corpo prima ancora che a farlo siano le mani e i piedi. Ci puoi provare, con impegno, attenzione, con tutto te stesso ma puoi essere certo che non riuscirai ad avere alcuna erezione. Anche se è quello che vogliono, anche se ti urlano di fartelo venire duro perché le loro menti sfondate vogliono vedere come si masturba un frocio, anche se ogni volta che fallisci e ti ritrovi a stringeretra le mani un cazzo molle e rattrappito dalla paura, ti menano un ceffone in pieno volto o ti sputano addosso. Non riesci. Hai il cuore che perde battiti, che pulsa come un matto e si scontra coi polmoni, collide con lo stomaco, si ferisce arrivandoti in bocca e sfregando contro i denti: sembra un deportato che per sfuggire all’orrore di un campo di concentramento si getta sul filo spinato sperando di morire prima, subito, adesso. E tu vorresti morderlo quel cuore, tuo muscolo della vita, vorresti dilaniarlo, farlo arrestare. Tanto a cosa ti serve un cuore che ti fa vivere se la tua vita è feccia del mondo, merda di topo, sbaglio della natura, aborto di Dio? Vorresti crepare subito e trovare pace.E forse, alla fine, ce la farai a morire, chiuderai gli occhi pesti di botte e morirai in santa pace. Ma la morte devi meritartela, conquistartela. Devi attendere che sopraggiunga, assorbire come una spugna gli schiaffi, i pugni, i calci nel costato, sulla schiena, sui reni. Devi startene accovacciato al pavimento, posizione fetale come quando sei venuto al mondo, quella migliore forse per lasciarlo. Devi accogliere sputi in faccia e seguire il percorso della saliva che dalla fronte cola sugli occhi, sulle labbra, lungo il mento. Devi ascoltare le motivazioni per le quali i giustizieri hanno deciso di fare quello che ti stanno facendo: sei gay e tu devi sapere che meriti la morte. Devi rispondere “sì, credo sia giusto”, devi sentirti una merda perversa, dismessa, riversa a terra come una carogna rifiutata anche dagli avvoltoi, devi renderti conto di essere qualcosa che infetta ed inquina il mondo, qualcosa che fa ribrezzo, tocca lo stomaco, offende la mente, ferisce gli occhi. Sai più o meno come vanno queste cose perché succedono spesso e nessuno fa nulla per nasconderle. Sei in Russia, le autorità sono consenzienti, è vietata la propaganda omosessuale, se denunci una violenza alla polizia ti viene risposto con volto pieno di stupore “di cosa ti meravigli? Sei omosessuale, è normale che ti picchino. Chi dovremmo denunciare?”. Si verifica sempre questa strana inversione tra vittima e carnefice. La vittima diventa colpevole della violenza subita come accade quando una donna stuprata è chiamata a dimostrare di non essere stata consenziente al rapporto sessuale. Dicono che sia contro la tradizione essere omosessuali ma io credo che la modernità consista nel rompere le armonie cui la tradizione stessa ci ha abituato e che ci ritroviamo a vivere passivamente. Il senso del progresso sta nel guardare in faccia il nostro vivere, toccarne le asprezze e gli spigoli senza paura fino a farne nuova armonia. L’armonia sta dentro di noi, nel nostro modo di leggere la realtà dell’umanità e di amarla. Altrimenti la tradizione ci ammazza. Qui se ti trovano per strada, ti si scagliano contro. Avanzano come un plotone pronto a sfondare il reggimento nemico, fedele a una guerra contro avversari nauseabondi da annientare. Ti chiudono in un angolo, ti menano schiaffi, ti fanno cadere, ti prendono a calci, ti calpestano con la punta dura dei loro stivali, ti sollevano e ti scaraventano a terra. Ti afferrano per il collo col braccio e ti tirano giù. Stringono, stringono forte fino a soffocarti e ti fanno sbattere il muso contro staccionate di legno o ringhiere di ferro e tu ti ritrovi con la bocca sanguinante, i denti rotti, le gengive sfondate e la lingua dilaniata a piangere e gemere e urlare e supplicare e pregare mentre sei in una zona pubblica in pieno giorno e ci sono tante persone, passanti, studenti, madri con in grembo i propri figli, anziani che passeggiano con il proprio cane e chiunque potrebbe fare qualcosa, la polizia potrebbe fare qualcosa. E invece nessuno fa nulla e il sole, alto nel cielo, illumina la scena come unocchio di bue sparato su teatranti abili ed esperti. Ti senti una carogna, vieni trascinato e menato a destra e a manca, ti strappano i vestiti, sembri un mendicante, ti tengono per la calotta, ti afferrano i capelli. Ti ritrovi riverso in terra, precipiti senza troppo dolore perché l’erba è alta ma il sollievo per il non doloroso atterraggio svanisce, immediatamente, coperto dal peso di un piede sullo sterno e un altro sulla bocca dello stomaco. Farfugli parole, blateri, vaneggi, chissà cosa dici. Forse non sono discorsi di senso compiuto. Sono solo parole rivestite di sgomento e terrore vomitate insieme all’anima. Il fatto è che queste violenze hanno ormai legittimazione pubblica."

domenica 4 maggio 2014

CALCIO E ACCIAIO - DIMENTICARE PIOMBINO di Gordiano Lupi


In uno scenario bellissimo e perfettamente dipinto quale quello maremmano, Gordiano Lupi ambienta il suo romanzo, presentato al Premio Strega 2014 “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino”, storia di un calciatore alla ricerca di se stesso e del suo passato o meglio di un uomo che ricerca se stesso addentrandosi nei meandri della memoria e cavalcando il passato. Questo viaggio interiore porterà il personaggio principale, Giovanni, a tornare nel luogo di infanzia, luogo di appartenenza e di formazione, Piombino. Su questo sfondo si snocciolano poi e trovano posto diverse storie di amicizia e di amore che legano le sorti dei personaggi costruendo un microcosmo dove trovano collocazione relazioni umani, interrogativi e sentimenti che appartengono ad ognuno di noi e nelle quali ogni lettore potrà rivedere una parte di sé. Quello di Giovanni è un personaggio complesso, che lo stesso autore definisce così in un’intervista. “Giovanni è un romantico, un idealista, ma al tempo stesso è un personaggio realistico, con pregi e difetti di un uomo invecchiato senza un amore, o meglio con il ricordo di troppi amori perduti. Il prezzo da pagare al successo è stato troppo grande e questo refrain malinconico torna spesso tra le pagine del romanzo. Non vuol perdere l’ultima occasione della sua vita, però. E farà di tutto per non avere altri rimpianti”. Questa complessità è accresciuta dall’intervento del rapporto tra personaggio e amore, un amore che sembra non essere arrivato mai nel modo giusto oppure sembra non essere stato in grado di rimanere e dare senso a tutta una vita.
“Ricordi? Eravamo innamorati quando la spiaggia di Trani racchiudeva pensieri nascosti tra vecchie mura. Cos’è rimasto dei nostri sogni? Cosa cercano i tuoi occhi colpiti dal vento di libeccio?vorrei rivederti, e invece sono costretto a scriverti: la mia penna attraversa i sentieri del passato e soffre. Debora, io lo so che i tuoi occhi ricercano ancora le strade d’un dolce passato, nei momenti del risveglio mattutino quando osservi le barche dei pescatori che approdano nella piccola rada, quando ricordi il calore dei nostri baci sul lungomare, quando sei felice nel vedere i tuoi bambini coperti dalle coltri dei giorni di festa.. li vedi dormire, li culli con dolcezza di madre, ti ricordi di quando da bambina correvi sulla spiaggia. Debora, quella spiaggia è il panorama di perdute speranze. i nostri ricordi sono desideri confessati alla notte, a un letto disfatto, portano con se il colore dei tuoi occhi e conservano il dolore del mare in burrasca. Ripenso alle nostre sere d’estate, quando percorrevamo tramonti sul lungomare, osservando le onde infrangersi sui muri in granito ai nostri cuori. Ricordo sensazioni, dolori giovanili che colgono di sorpresa,momenti di abbandono. Ricordo il tuo sorriso, le tue lacrime sconfitte, il tuo sguardo di sfida verso il mondo.”
Un passo questo, estremamente delicato, poetico e raffinato che evoca l’idea di un amore perduto, lontano, smarrito eppure sempre vivo nell’anima. Emerge pienamente la consapevolezza che l’amore richiede impegno, coraggio, predisposizione alla messa in discussione di se stessi ma soprattutto immersione nella vita.
“Giovanni sa che sulla solitudine non si costruisce niente. Soprattutto l’amore”
Di grande impatto è anche l’attenzione che viene dedicata alla descrizione dell’ambiente toscano e nello specifico Piombino, del quale viene messa in evidenza la contraddittorietà che a tratti balza fuori e lo contraddistingue.
“Piombino è un posto che chiamarlo città pare troppo, cittadina ricorda la scuola elementare, paese non rende bene l’idea. Insomma questa città è uno di quei luoghi di provincia dove le giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lasca traccia.”
E ancora:
“la osserva ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un alare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore”.
Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Forte è anche il senso di nostalgia per un’epoca passata nella quale si è cresciuti e si è assistito alla formazione di se stessi e dei propri ideali.
“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

Con un linguaggio fruibile e poetico, Gordiano Lupi, ci regala dunque un romanzo intenso che conduce inevitabilmente a riflettere sul senso di appartenenza ad una terra e ad un tempo nonché sull’importanza di realizzare se stessi fin quando si è ancora in tempo.




Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori:Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel  Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), Fellini – A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez  In attesa della primavera(Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre  Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). 

domenica 15 dicembre 2013

Chiara di Assisi- elogio della disobbedienza": il nuovo libro di Dacia Maraini

"Chiara di Assisi - elogio della disobbedienza" è l'ultima opera di Dacia Maraini nella quale l'autrice si cimenta nell'impresa estremamente interessante di analizzare la vita di una delle più note sante della tradizione cristiana. Ma in modo del tutto innovativo, dimostrando ed estrinsecando il carattere rivoluzionario dell'atteggiamento della Santa. Nell'opera della Maraini Santa Chiara viene narrata innanzitutto come donna, mediante una descrizione che ne rende vivi il corpo, la fisicità, i bisogni, i sentimenti  e la fragilità mista ad una grandissima forza d'animo. La tecnica narrativa utilizzata dall'autrice è di grande effetto. Si tratta di una corrispondenza di email tra l'autrice stessa e una misteriosa ragazza di nome Chiara che con fervore, e a tratti con prepotenza, chiede alla scrittrice di documentarsi rispetto alla vita della Santa con l'obiettivo di ricostruire e scrivere la storia. Questa struttura permette a Dacia Maraini di spaziare tra molti argomenti riconducibili sì alla vita di Santa Chiara ma sopratutto alle tematiche che maggiormente le stanno a cuore come la condizione della donna, il rapporto tra essere umano e potere, la complessità delle vite e delle storie umane. Scrive ad esempio l'autrice interrogandosi sulla povertà delle monache di San Damiano: 

"È possibile che la povertà rappresentasse un grandissimo progetto di libertà femminile? Possedere, dice Chiara, vuol dire dipendere da qualcosa è da qualcuno. Quindi possesso significa controllo. Controllo economico, politico, sociale, psicologico, religioso. E controllo rigorosamente maschile. " 

E poco dopo ecco che il lettore è condotto alla scoperta della storia dei catari:

"Li accusavano di rifiutare l'eucarestia. Li accusavano di non credere nel Cristo risorto, di praticare la povertà ma anche la comunità dei beni, comprese le donne- cosa non vera-di essere arroganti e sfrontati, di disprezzare la Chiesa e le sue cerimonie, di sputare sull'ostia e di rifiutare l'autorità papale. In realtà, quello che i Catari predicavano erano un'applicazione alla lettera del Vangelo, dalla parte di Cristo, contro ogni concentrazione del potere e sopratutto l'idea di uno Stato religioso. La purezza consisteva nel rinunciare ad ogni possesso, nell'assistere i malati, nell'aiutare i poveri. "

Un'analisi ricca, dunque, che colpisce il lettore da molti punti diversi così che questi ne risulti costantemente coinvolto, rapito, sedotto e condotto passo passo attraverso la scoperta di un passato e di un tempo ricco di ispirazioni, misteri e bellezza. Un tempo, il Medioevo, dove sono state poste le fondamenta di quella che sarebbe poi divenuta la nostra storia futura. Questo libro però commuove profondamente anche per l'umanità che la scrittrice fa trasparire, regalando a lettore piccoli scorci della sua vita interiore, intima e partecipata con la consapevolezza che la condivisione dei propri demoni così come dei propri sentimenti crea una catena di partecipazione e crescita collettiva. 
Ecco ad esempio un passo colmo di umana quotidianità:

"Notte insonne. La voglia di dormire mi si aggrappa alle palpebre che diventano sempre più pesanti e brucianti. Ma appena chiudo gli occhi, li spalanco di nuovo, allarmata. Come se il sonno mi dovesse ferire o rapire e portar in luoghi lontani e pericolosi. Allora mi sforzo di tenerli aperti.  E per distrarmi, prendo un libro e leggo. La lettura mi fa stare sveglia. Finché il volume non mi casca dalle mani. A questo punto spengo la luce. Forse ci siamo. Ora potrai dormire, mi dico. E invece appena mi sistemi sul cuscino, un pensiero lancinante mi colpisce la mente. È un pensiero di perdita. La perdita della coscienza. Forse sto svanendo e non me ne rendo conto. Forse al di la del sonno c'è la morte in agguato. Devo rimanere sveglia per ritrovarmi viva, presente e consapevole. Non voglio svanire nel buio, senza saperlo. E quindi riaccendo la luce, mi rimetto a leggere. Finché davvero non mi addormento. Ma di un sonno leggero che si interrompe al primo piccolo rumore."

E sembra quasi di vederla la scrittrice, dipinta da se stessa con queste dolci ma inquiete parole, che affronta una sensazione fortemente umana e universale, l'irrequietezza di una notte inquieta in cui paure è angosce provenienti dall'oscuro della nostra interiorità ci afferrano senza darci tregua. E allora ci aggrappiamo a qualcosa, a qualcuno, ad un pensiero, una speranza, un libro, un ricordo, un amore per ritrovare pace: è poesia. 

Ma al di la della vita umana, corporale e interiore che ogni pagina di questa opera trasuda, Dacia Maraini riesce a fornire al lettore sempre nuovi spunti di riflessione sulla condizione della donna. La storia di Santa Chiara non è ciò in cui si esaurisce questo libro ma è, al contrario, il pretesto per universalizzare la vita particolarissima di questa Santa per rintracciare esperienze, moventi e condizionamenti che facciano riflettere sul presente e le sue insidie. 

"La cosa inquietante è che queste prevenzioni e queste forme di razzismo contro le donne non sono cominciate con i Padri della Chiesa, ma molto prima", dice la scrittrice. "Hanno radici profonde nella cultura greca, che ha teorizzato secoli prima l'inferiorità delle donne. La responsabilità femminile per i greci non consisteva evidentemente nella risposta alla tentazione demoniaca e alla  conseguente cacciata dal paradiso terrestre, come sostengono i grandi religiosi, ma in un'imperfezione di natura. Aristotele avanza l'idea che la donna sia un essere umano imperfetto: 'le donne son maschi sterili.' In base a teorie arbitrarie, lo ascoltiamo quasi divertito asserire che: 'la donna, poiché non possiede sufficiente calore naturale, è incapace di cuocere il suo liquido mestruale fino al punto di cottura col quale diverrebbe sperma. Perciò il suo solo contributo all'embrione è la materia'. Ovvero, come teorizza Apollo nel processo raccontato da Eschilo, il corpo della donna non ha parte nel processo di creazione, ma è solo un vaso che contiene il seme maschile. La sua funzione è quella di conservazione, non di creazione. Solo l'uomo è un essere umano completo"

Nella descrizione di Dacia Maraini Santa Chiara diventa l'emblema di una donna che sceglie di coltivare l'arte della libertà mediante la consacrazione della propria vita a Cristo e alla clausura. Nella comprensione di questo apparente paradosso sta la grandezza di questa opera. 

"Chiara d'Assisi è stata un'antesignana della difesa dei diritti delle donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione , sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare un'adesione formale alle regole misogine disposte dall'alto con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religiose. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale". 

La libertà richiede coerenza, coraggio, arguzia. Certo, ci sono le grandi battaglie, le rivendicazioni di piazza, che sono sacrosante e necessarie, ma, sembra dirci Santa Chiara, la libertà come obiettivo può essere raggiunto anche mediane un gioco di bilanciamento tra istanze differenti e contrapposte, mediante il passaggio attraverso apparenti compromessi. Bisogna trovare il modo giusto per rendersi liberi, modo che può variare da persona a persona e che trova il proprio fondamento innanzi tutto nella conoscenza di se stessi, dei propri bisogni, dei propri desideri. 

Poco dopo la scrittrice dichiara uno degli aspetti che più le interessano nello studio posto in essere da uno scrittore e che trova conferma anche nella realizzazione di questo libro:

"Mi interessa il corpo imprigionato. Mi interessa il corpo velato. Il corpo mutilato, ma anche gioioso e abitato d a una sensualità segreta e pronta alla sublimazione. Mi interessa il convento come luogo di collegialità e di pensieri celati, come luogo di ubbidienza ma anche di una profonda e arcana libertà." 

Sempre presente è la descrizione del bellissimo e sottile rapporto tra Chiara e San Francesco. La devozione della prima verso il santo votato alla povertà assoluta e l'affetto di quest'ultimo verso Chiara scorrono in tutto il libro. Entrambi sono accomunati dalla lotta contro il possesso che rende schiavi. 

"Chiara e Francesco, decidendo di seguire Cristo in estrema povertà, rinunciano a ogni forma di possesso, sia immediato che posteriore. Loro non inseguono un uso di qualcosa che poi diventerà diritto, ma attingono alla proprietà comune quasi fosse un diritto."

Chiara e Francesco vengono presentati come degli idealisti, cioè come delle persone che credono in delle idee che hanno il coraggio di sostenere, portare aventi e consolidare. Di Chiara sopratutto viene messa in luce la dimensione politica, cioè la capacità di praticare un dissenso in seno al pensiero politico della Chiesa mediante il recupero di una più veritiera aderenza al messaggio cristiano. Chiara e Francesco credono nel dialogo, nelle parole, nel confronto come soluzione e alternativa alla violenza. 

Un'opera dunque forte e possente. Un'opera che ho voluto descrivere ricorrendo spesso alle parole della stessa scrittrice poiché sono convinto che nessuna recensione o critica letteraria può mai sostituire la bellezza vibrane delle parole dell'autore. Scrivere di Dacia Maraini è per me sempre una grande emozione. Passo giorni interi prima di depositare la prima parola. Perché Dacia Maraini mi ha cambiato la vita e le sue opere mi rendono,  giorno dopo giorno, una persona migliore nonché un uomo consapevole della complessità della vita umana e della responsabilità che come tale noi uomini abbiamo nei confronti delle donne in primis e del resto dell'umanità poi. Quest'ultima riflessione forse non è adatta ad una recensione oggettiva e distaccata ma non mi importa, anzi, tanto meglio. I libri sono per me come persone, sono vivi, pulsano, fanno sgorgare sangue e lacrime, sorrisi e miracoli. Conta ciò che si vive, cioè che le parole trasmettono. Perché le parole possono salvare e migliorare le cose. E Dacia Maraini lo ha dimostrato in tutta la sua esistenza. Tutto il resto è solo tecnicismo.