domenica 22 marzo 2015

RICORDAMI DI ESSERE FELICE

RICORDAMI DI ESSERE FELICE
il mio nuovo libro in libreria dal (25 marzo 2015)



“Ricordami di essere felice” è il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito, l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.





"Sono racconti quelli di Claudio Volpe che afferrano fortemente la vita, la scuotono, la abbattono, non le danno requie, compiendo un salutare salto nel vuoto per porre al centro una realtà, la nostra (il nulla degli affetti, la guerra, l’intolleranza, lo stillicidio della violenza quotidiana) ribollente e perennemente in costruzione. Vogliono rappresentare paure, aspettative, sogni, desideri, nevrosi e contraddizioni, azioni, scelte, inganni, precipizi della mente, ingorghi e violenze dell’esistenza. Un mondo corrusco, caravaggesco, in cui le singole storie riflettono una sensazione e un ansito di corsa, un correre dal buio verso un’impossibile luce, una sorta di riscatto od’improbabile salvezza. L’occhio insieme fulminante e pietoso del narratore riesce a circoscrivere questo suo mondo brulicante e straziato, questa geografia di sentimenti angosce e passioni in una bruciante, continua identificazione negli smarrimenti angosciosi dei vari ”naufraghi”, i suoi frastornati piccoli eroi, sconfitti e disorientati. Prima custoditi dentro la placenta marina (come nel simbolico racconto d’esordio “Io sono il mare”), e poi gettati sulla spiaggia fradici, stillanti, trasfigurati di caos irreale."

(dalla prefazione di Renato Minore)
 

lunedì 2 giugno 2014

IO NON POSSO ESSERE (spettacolo teatrale in cerca di un produttore)


Incipit dello spettacolo teatrale "IO NON POSSO ESSERE" dove denuncio quello che sta accadendo in Russia contro gli omosessuali. Siamo in cerca di un produttore. 




"Non serve a niente gridare quando hai un cordone di persone attorno a te, tenaglia di odio pronto a spezzarti. Non serve a niente piangere davanti a persone con bocche che digrignano i denti in un sorriso beffardo e trasudante cattiveria e sadico divertimento. E non serve a niente pensare agli uomini che nelle tue fantasie solitamente tanto ti eccitano quando te ne devi stare nudo al centro di una stanza, seduto su un letto dalla rete cigolante, e lasciare che occhi spietati di ragazzi e ragazze picchino il tuo corpo prima ancora che a farlo siano le mani e i piedi. Ci puoi provare, con impegno, attenzione, con tutto te stesso ma puoi essere certo che non riuscirai ad avere alcuna erezione. Anche se è quello che vogliono, anche se ti urlano di fartelo venire duro perché le loro menti sfondate vogliono vedere come si masturba un frocio, anche se ogni volta che fallisci e ti ritrovi a stringeretra le mani un cazzo molle e rattrappito dalla paura, ti menano un ceffone in pieno volto o ti sputano addosso. Non riesci. Hai il cuore che perde battiti, che pulsa come un matto e si scontra coi polmoni, collide con lo stomaco, si ferisce arrivandoti in bocca e sfregando contro i denti: sembra un deportato che per sfuggire all’orrore di un campo di concentramento si getta sul filo spinato sperando di morire prima, subito, adesso. E tu vorresti morderlo quel cuore, tuo muscolo della vita, vorresti dilaniarlo, farlo arrestare. Tanto a cosa ti serve un cuore che ti fa vivere se la tua vita è feccia del mondo, merda di topo, sbaglio della natura, aborto di Dio? Vorresti crepare subito e trovare pace.E forse, alla fine, ce la farai a morire, chiuderai gli occhi pesti di botte e morirai in santa pace. Ma la morte devi meritartela, conquistartela. Devi attendere che sopraggiunga, assorbire come una spugna gli schiaffi, i pugni, i calci nel costato, sulla schiena, sui reni. Devi startene accovacciato al pavimento, posizione fetale come quando sei venuto al mondo, quella migliore forse per lasciarlo. Devi accogliere sputi in faccia e seguire il percorso della saliva che dalla fronte cola sugli occhi, sulle labbra, lungo il mento. Devi ascoltare le motivazioni per le quali i giustizieri hanno deciso di fare quello che ti stanno facendo: sei gay e tu devi sapere che meriti la morte. Devi rispondere “sì, credo sia giusto”, devi sentirti una merda perversa, dismessa, riversa a terra come una carogna rifiutata anche dagli avvoltoi, devi renderti conto di essere qualcosa che infetta ed inquina il mondo, qualcosa che fa ribrezzo, tocca lo stomaco, offende la mente, ferisce gli occhi. Sai più o meno come vanno queste cose perché succedono spesso e nessuno fa nulla per nasconderle. Sei in Russia, le autorità sono consenzienti, è vietata la propaganda omosessuale, se denunci una violenza alla polizia ti viene risposto con volto pieno di stupore “di cosa ti meravigli? Sei omosessuale, è normale che ti picchino. Chi dovremmo denunciare?”. Si verifica sempre questa strana inversione tra vittima e carnefice. La vittima diventa colpevole della violenza subita come accade quando una donna stuprata è chiamata a dimostrare di non essere stata consenziente al rapporto sessuale. Dicono che sia contro la tradizione essere omosessuali ma io credo che la modernità consista nel rompere le armonie cui la tradizione stessa ci ha abituato e che ci ritroviamo a vivere passivamente. Il senso del progresso sta nel guardare in faccia il nostro vivere, toccarne le asprezze e gli spigoli senza paura fino a farne nuova armonia. L’armonia sta dentro di noi, nel nostro modo di leggere la realtà dell’umanità e di amarla. Altrimenti la tradizione ci ammazza. Qui se ti trovano per strada, ti si scagliano contro. Avanzano come un plotone pronto a sfondare il reggimento nemico, fedele a una guerra contro avversari nauseabondi da annientare. Ti chiudono in un angolo, ti menano schiaffi, ti fanno cadere, ti prendono a calci, ti calpestano con la punta dura dei loro stivali, ti sollevano e ti scaraventano a terra. Ti afferrano per il collo col braccio e ti tirano giù. Stringono, stringono forte fino a soffocarti e ti fanno sbattere il muso contro staccionate di legno o ringhiere di ferro e tu ti ritrovi con la bocca sanguinante, i denti rotti, le gengive sfondate e la lingua dilaniata a piangere e gemere e urlare e supplicare e pregare mentre sei in una zona pubblica in pieno giorno e ci sono tante persone, passanti, studenti, madri con in grembo i propri figli, anziani che passeggiano con il proprio cane e chiunque potrebbe fare qualcosa, la polizia potrebbe fare qualcosa. E invece nessuno fa nulla e il sole, alto nel cielo, illumina la scena come unocchio di bue sparato su teatranti abili ed esperti. Ti senti una carogna, vieni trascinato e menato a destra e a manca, ti strappano i vestiti, sembri un mendicante, ti tengono per la calotta, ti afferrano i capelli. Ti ritrovi riverso in terra, precipiti senza troppo dolore perché l’erba è alta ma il sollievo per il non doloroso atterraggio svanisce, immediatamente, coperto dal peso di un piede sullo sterno e un altro sulla bocca dello stomaco. Farfugli parole, blateri, vaneggi, chissà cosa dici. Forse non sono discorsi di senso compiuto. Sono solo parole rivestite di sgomento e terrore vomitate insieme all’anima. Il fatto è che queste violenze hanno ormai legittimazione pubblica."

domenica 4 maggio 2014

CALCIO E ACCIAIO - DIMENTICARE PIOMBINO di Gordiano Lupi


In uno scenario bellissimo e perfettamente dipinto quale quello maremmano, Gordiano Lupi ambienta il suo romanzo, presentato al Premio Strega 2014 “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino”, storia di un calciatore alla ricerca di se stesso e del suo passato o meglio di un uomo che ricerca se stesso addentrandosi nei meandri della memoria e cavalcando il passato. Questo viaggio interiore porterà il personaggio principale, Giovanni, a tornare nel luogo di infanzia, luogo di appartenenza e di formazione, Piombino. Su questo sfondo si snocciolano poi e trovano posto diverse storie di amicizia e di amore che legano le sorti dei personaggi costruendo un microcosmo dove trovano collocazione relazioni umani, interrogativi e sentimenti che appartengono ad ognuno di noi e nelle quali ogni lettore potrà rivedere una parte di sé. Quello di Giovanni è un personaggio complesso, che lo stesso autore definisce così in un’intervista. “Giovanni è un romantico, un idealista, ma al tempo stesso è un personaggio realistico, con pregi e difetti di un uomo invecchiato senza un amore, o meglio con il ricordo di troppi amori perduti. Il prezzo da pagare al successo è stato troppo grande e questo refrain malinconico torna spesso tra le pagine del romanzo. Non vuol perdere l’ultima occasione della sua vita, però. E farà di tutto per non avere altri rimpianti”. Questa complessità è accresciuta dall’intervento del rapporto tra personaggio e amore, un amore che sembra non essere arrivato mai nel modo giusto oppure sembra non essere stato in grado di rimanere e dare senso a tutta una vita.
“Ricordi? Eravamo innamorati quando la spiaggia di Trani racchiudeva pensieri nascosti tra vecchie mura. Cos’è rimasto dei nostri sogni? Cosa cercano i tuoi occhi colpiti dal vento di libeccio?vorrei rivederti, e invece sono costretto a scriverti: la mia penna attraversa i sentieri del passato e soffre. Debora, io lo so che i tuoi occhi ricercano ancora le strade d’un dolce passato, nei momenti del risveglio mattutino quando osservi le barche dei pescatori che approdano nella piccola rada, quando ricordi il calore dei nostri baci sul lungomare, quando sei felice nel vedere i tuoi bambini coperti dalle coltri dei giorni di festa.. li vedi dormire, li culli con dolcezza di madre, ti ricordi di quando da bambina correvi sulla spiaggia. Debora, quella spiaggia è il panorama di perdute speranze. i nostri ricordi sono desideri confessati alla notte, a un letto disfatto, portano con se il colore dei tuoi occhi e conservano il dolore del mare in burrasca. Ripenso alle nostre sere d’estate, quando percorrevamo tramonti sul lungomare, osservando le onde infrangersi sui muri in granito ai nostri cuori. Ricordo sensazioni, dolori giovanili che colgono di sorpresa,momenti di abbandono. Ricordo il tuo sorriso, le tue lacrime sconfitte, il tuo sguardo di sfida verso il mondo.”
Un passo questo, estremamente delicato, poetico e raffinato che evoca l’idea di un amore perduto, lontano, smarrito eppure sempre vivo nell’anima. Emerge pienamente la consapevolezza che l’amore richiede impegno, coraggio, predisposizione alla messa in discussione di se stessi ma soprattutto immersione nella vita.
“Giovanni sa che sulla solitudine non si costruisce niente. Soprattutto l’amore”
Di grande impatto è anche l’attenzione che viene dedicata alla descrizione dell’ambiente toscano e nello specifico Piombino, del quale viene messa in evidenza la contraddittorietà che a tratti balza fuori e lo contraddistingue.
“Piombino è un posto che chiamarlo città pare troppo, cittadina ricorda la scuola elementare, paese non rende bene l’idea. Insomma questa città è uno di quei luoghi di provincia dove le giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lasca traccia.”
E ancora:
“la osserva ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un alare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore”.
Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Forte è anche il senso di nostalgia per un’epoca passata nella quale si è cresciuti e si è assistito alla formazione di se stessi e dei propri ideali.
“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

Con un linguaggio fruibile e poetico, Gordiano Lupi, ci regala dunque un romanzo intenso che conduce inevitabilmente a riflettere sul senso di appartenenza ad una terra e ad un tempo nonché sull’importanza di realizzare se stessi fin quando si è ancora in tempo.




Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori:Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel  Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), Fellini – A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez  In attesa della primavera(Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre  Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). 

domenica 15 dicembre 2013

Chiara di Assisi- elogio della disobbedienza": il nuovo libro di Dacia Maraini

"Chiara di Assisi - elogio della disobbedienza" è l'ultima opera di Dacia Maraini nella quale l'autrice si cimenta nell'impresa estremamente interessante di analizzare la vita di una delle più note sante della tradizione cristiana. Ma in modo del tutto innovativo, dimostrando ed estrinsecando il carattere rivoluzionario dell'atteggiamento della Santa. Nell'opera della Maraini Santa Chiara viene narrata innanzitutto come donna, mediante una descrizione che ne rende vivi il corpo, la fisicità, i bisogni, i sentimenti  e la fragilità mista ad una grandissima forza d'animo. La tecnica narrativa utilizzata dall'autrice è di grande effetto. Si tratta di una corrispondenza di email tra l'autrice stessa e una misteriosa ragazza di nome Chiara che con fervore, e a tratti con prepotenza, chiede alla scrittrice di documentarsi rispetto alla vita della Santa con l'obiettivo di ricostruire e scrivere la storia. Questa struttura permette a Dacia Maraini di spaziare tra molti argomenti riconducibili sì alla vita di Santa Chiara ma sopratutto alle tematiche che maggiormente le stanno a cuore come la condizione della donna, il rapporto tra essere umano e potere, la complessità delle vite e delle storie umane. Scrive ad esempio l'autrice interrogandosi sulla povertà delle monache di San Damiano: 

"È possibile che la povertà rappresentasse un grandissimo progetto di libertà femminile? Possedere, dice Chiara, vuol dire dipendere da qualcosa è da qualcuno. Quindi possesso significa controllo. Controllo economico, politico, sociale, psicologico, religioso. E controllo rigorosamente maschile. " 

E poco dopo ecco che il lettore è condotto alla scoperta della storia dei catari:

"Li accusavano di rifiutare l'eucarestia. Li accusavano di non credere nel Cristo risorto, di praticare la povertà ma anche la comunità dei beni, comprese le donne- cosa non vera-di essere arroganti e sfrontati, di disprezzare la Chiesa e le sue cerimonie, di sputare sull'ostia e di rifiutare l'autorità papale. In realtà, quello che i Catari predicavano erano un'applicazione alla lettera del Vangelo, dalla parte di Cristo, contro ogni concentrazione del potere e sopratutto l'idea di uno Stato religioso. La purezza consisteva nel rinunciare ad ogni possesso, nell'assistere i malati, nell'aiutare i poveri. "

Un'analisi ricca, dunque, che colpisce il lettore da molti punti diversi così che questi ne risulti costantemente coinvolto, rapito, sedotto e condotto passo passo attraverso la scoperta di un passato e di un tempo ricco di ispirazioni, misteri e bellezza. Un tempo, il Medioevo, dove sono state poste le fondamenta di quella che sarebbe poi divenuta la nostra storia futura. Questo libro però commuove profondamente anche per l'umanità che la scrittrice fa trasparire, regalando a lettore piccoli scorci della sua vita interiore, intima e partecipata con la consapevolezza che la condivisione dei propri demoni così come dei propri sentimenti crea una catena di partecipazione e crescita collettiva. 
Ecco ad esempio un passo colmo di umana quotidianità:

"Notte insonne. La voglia di dormire mi si aggrappa alle palpebre che diventano sempre più pesanti e brucianti. Ma appena chiudo gli occhi, li spalanco di nuovo, allarmata. Come se il sonno mi dovesse ferire o rapire e portar in luoghi lontani e pericolosi. Allora mi sforzo di tenerli aperti.  E per distrarmi, prendo un libro e leggo. La lettura mi fa stare sveglia. Finché il volume non mi casca dalle mani. A questo punto spengo la luce. Forse ci siamo. Ora potrai dormire, mi dico. E invece appena mi sistemi sul cuscino, un pensiero lancinante mi colpisce la mente. È un pensiero di perdita. La perdita della coscienza. Forse sto svanendo e non me ne rendo conto. Forse al di la del sonno c'è la morte in agguato. Devo rimanere sveglia per ritrovarmi viva, presente e consapevole. Non voglio svanire nel buio, senza saperlo. E quindi riaccendo la luce, mi rimetto a leggere. Finché davvero non mi addormento. Ma di un sonno leggero che si interrompe al primo piccolo rumore."

E sembra quasi di vederla la scrittrice, dipinta da se stessa con queste dolci ma inquiete parole, che affronta una sensazione fortemente umana e universale, l'irrequietezza di una notte inquieta in cui paure è angosce provenienti dall'oscuro della nostra interiorità ci afferrano senza darci tregua. E allora ci aggrappiamo a qualcosa, a qualcuno, ad un pensiero, una speranza, un libro, un ricordo, un amore per ritrovare pace: è poesia. 

Ma al di la della vita umana, corporale e interiore che ogni pagina di questa opera trasuda, Dacia Maraini riesce a fornire al lettore sempre nuovi spunti di riflessione sulla condizione della donna. La storia di Santa Chiara non è ciò in cui si esaurisce questo libro ma è, al contrario, il pretesto per universalizzare la vita particolarissima di questa Santa per rintracciare esperienze, moventi e condizionamenti che facciano riflettere sul presente e le sue insidie. 

"La cosa inquietante è che queste prevenzioni e queste forme di razzismo contro le donne non sono cominciate con i Padri della Chiesa, ma molto prima", dice la scrittrice. "Hanno radici profonde nella cultura greca, che ha teorizzato secoli prima l'inferiorità delle donne. La responsabilità femminile per i greci non consisteva evidentemente nella risposta alla tentazione demoniaca e alla  conseguente cacciata dal paradiso terrestre, come sostengono i grandi religiosi, ma in un'imperfezione di natura. Aristotele avanza l'idea che la donna sia un essere umano imperfetto: 'le donne son maschi sterili.' In base a teorie arbitrarie, lo ascoltiamo quasi divertito asserire che: 'la donna, poiché non possiede sufficiente calore naturale, è incapace di cuocere il suo liquido mestruale fino al punto di cottura col quale diverrebbe sperma. Perciò il suo solo contributo all'embrione è la materia'. Ovvero, come teorizza Apollo nel processo raccontato da Eschilo, il corpo della donna non ha parte nel processo di creazione, ma è solo un vaso che contiene il seme maschile. La sua funzione è quella di conservazione, non di creazione. Solo l'uomo è un essere umano completo"

Nella descrizione di Dacia Maraini Santa Chiara diventa l'emblema di una donna che sceglie di coltivare l'arte della libertà mediante la consacrazione della propria vita a Cristo e alla clausura. Nella comprensione di questo apparente paradosso sta la grandezza di questa opera. 

"Chiara d'Assisi è stata un'antesignana della difesa dei diritti delle donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione , sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare un'adesione formale alle regole misogine disposte dall'alto con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religiose. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale". 

La libertà richiede coerenza, coraggio, arguzia. Certo, ci sono le grandi battaglie, le rivendicazioni di piazza, che sono sacrosante e necessarie, ma, sembra dirci Santa Chiara, la libertà come obiettivo può essere raggiunto anche mediane un gioco di bilanciamento tra istanze differenti e contrapposte, mediante il passaggio attraverso apparenti compromessi. Bisogna trovare il modo giusto per rendersi liberi, modo che può variare da persona a persona e che trova il proprio fondamento innanzi tutto nella conoscenza di se stessi, dei propri bisogni, dei propri desideri. 

Poco dopo la scrittrice dichiara uno degli aspetti che più le interessano nello studio posto in essere da uno scrittore e che trova conferma anche nella realizzazione di questo libro:

"Mi interessa il corpo imprigionato. Mi interessa il corpo velato. Il corpo mutilato, ma anche gioioso e abitato d a una sensualità segreta e pronta alla sublimazione. Mi interessa il convento come luogo di collegialità e di pensieri celati, come luogo di ubbidienza ma anche di una profonda e arcana libertà." 

Sempre presente è la descrizione del bellissimo e sottile rapporto tra Chiara e San Francesco. La devozione della prima verso il santo votato alla povertà assoluta e l'affetto di quest'ultimo verso Chiara scorrono in tutto il libro. Entrambi sono accomunati dalla lotta contro il possesso che rende schiavi. 

"Chiara e Francesco, decidendo di seguire Cristo in estrema povertà, rinunciano a ogni forma di possesso, sia immediato che posteriore. Loro non inseguono un uso di qualcosa che poi diventerà diritto, ma attingono alla proprietà comune quasi fosse un diritto."

Chiara e Francesco vengono presentati come degli idealisti, cioè come delle persone che credono in delle idee che hanno il coraggio di sostenere, portare aventi e consolidare. Di Chiara sopratutto viene messa in luce la dimensione politica, cioè la capacità di praticare un dissenso in seno al pensiero politico della Chiesa mediante il recupero di una più veritiera aderenza al messaggio cristiano. Chiara e Francesco credono nel dialogo, nelle parole, nel confronto come soluzione e alternativa alla violenza. 

Un'opera dunque forte e possente. Un'opera che ho voluto descrivere ricorrendo spesso alle parole della stessa scrittrice poiché sono convinto che nessuna recensione o critica letteraria può mai sostituire la bellezza vibrane delle parole dell'autore. Scrivere di Dacia Maraini è per me sempre una grande emozione. Passo giorni interi prima di depositare la prima parola. Perché Dacia Maraini mi ha cambiato la vita e le sue opere mi rendono,  giorno dopo giorno, una persona migliore nonché un uomo consapevole della complessità della vita umana e della responsabilità che come tale noi uomini abbiamo nei confronti delle donne in primis e del resto dell'umanità poi. Quest'ultima riflessione forse non è adatta ad una recensione oggettiva e distaccata ma non mi importa, anzi, tanto meglio. I libri sono per me come persone, sono vivi, pulsano, fanno sgorgare sangue e lacrime, sorrisi e miracoli. Conta ciò che si vive, cioè che le parole trasmettono. Perché le parole possono salvare e migliorare le cose. E Dacia Maraini lo ha dimostrato in tutta la sua esistenza. Tutto il resto è solo tecnicismo. 

martedì 15 ottobre 2013

"Sei come sei" (Einaudi) , nuovo e intenso romanzo di Melania Mazzucco


Ci sono libri che sono come una dialisi esistenziale: ti purificano il sangue e ti rimettono al mondo. Ti prosciugano sottraendoti l'anima, rubandoti a te stesso e poi ti restituiscono tutto. Melania Mazzucco fa sempre questo con me: mi prende, intrappolandomi nella sua rete di parole, mi fa vagare attraverso una quotidianità reale eppure così magica e pregna di significato e poi mi riconduce in me stesso, diverso, più ricco, più consapevole. La Mazzucco ha la capacità encomiabile e salvifica per il lettore di saper sviscerare l'animo umano, il mondo nel suo poliedrico atteggiarsi e le interazioni tra corpo e spirito, vita e realtà, essere umano e umanità nel suo complesso. Mentre leggi i suoi romanzi tu non stai solo leggendo ma stai viaggiando cavalcando parole che sembrano diamanti lucenti per quanto combaciano in modo perfetto. Leggi romanzi come "Vita" ( cui come dissi un giorno parlando con la stessa Melania, devo la scintilla che mi spinse ad intraprendere l'attività di scrittore) , "Un giorno perfetto", "Limbo", "Sei come sei" e ti chiedi come sia possibile che delle parole, insieme di segni cui la nostra anima ha dato un significato convenzionale, siano in grado di sfondarti le porte del cuore, farti tremare il sangue e danzare i pensieri. Ti chiedi da dove provenga tanta bellezza, se sia umana, addirittura se sia giusta in un mondo bucato che perde acqua da tutte le parti. Ti chiedi se tu stesso meriti tanta bellezza. E ti rispondi di sì. Sì che è umana, sì che è giusta, sì che meriti di vivere attraverso un romanzo. Perché la bellezza, qualunque essa sia, è di per sé un valore ma la bellezza della letteratura può addirittura salvare il mondo. "Sei come sei", ultimo romanzo dell'autrice non fa altro che confermare il talento indiscusso della Mazzucco. È la storia di Eva, undicenne alle prese con una vita che non le ha mai fatto sconti fin dalla nascita, e dei suoi due padri. Sì, è la storia di due omosessuali, due uomini che si amano e decidono di avere un bambino rivolgendosi ad agenzie specializzate. Ma questo passaggio si scoprirà solo col tempo e , forse, sarà solo un dettaglio di una più grande e ricca storia d'amore che commuove e scardina ogni certezza. Non c'è nulla di esasperato nella narrazione di un amore omosessuale, nulla di ostentato, il dolore si intravede ma è stato già superato dall'amore di Christian e Giose, di esso resta solo il ricordo che rende più umani aperti alla complessità della vita. L'autrice non si mette a descrivere i tumulti interiori di due uomini omosessuali ma si pone oltre, in una dimensione dove l'omosessualità non è più vista come un dramma che rovina la vita di chi è gay ma come un dato di fatto, una dimensione dell'essere. Il focolare domestico è sempre lo stesso e che ci siano una figlia e due padri poco importa perché l'amore, quello vero che genera pur senza concepire travolge tutto e azzera ogni obiezione o finto moralismo. Mentre leggi "Sei come sei" ti viene quasi voglia di ringraziare qualcuno, qualcosa, dio forse, o forse la Musa della poesia perché ti rendi conto, avendone la prova davanti gli occhi, che la scrittura non è morta e con essa anche  il ruolo degli scrittori come costruttori di civiltà. Scrittori che non si mettono a scrivere per compiacere, sollazzarsi nei salotti televisivi o vendere milioni di copie per aggiustarsi la vita e vivere felici e contenti ma che scrivono perché non possono farne a meno, come una terra che deve rompersi, creparsi, esplodere ed eruttare lava, perché sanno che quell'eruzione è urgenza di vivere e di costruire. 

"I figli non appartengono a chi li mette al mondo, non sono un'appendice dei genitori, sono individui. E se uno non può scegliersi i genitori, può scegliersi i maestri. Non è l'uguaglianza la cosa che conta nella vita, ma il suo contrario. È ciò che ci rende diversi da gli altri che può salvarci. Ognuno deve trovare il suo destino." 

Pensieri? Poesia? Filosofia? Sarà il tempo a deciderlo e questo non sarà un problema perché Melania Mazzucco resterà nella storia della letteratura. E nel futuro. Perché è lì che abitano le anime irrequiete. È lì che abita la bellezza che salverà il mondo. 

lunedì 14 ottobre 2013

"Marina Bellezza" di Slvia Avallne





L'ultimo romanzo di Silvia Avallone ha il sapore e l'odore di qualcosa di caldo e familiare. Nonostante i due protagonisti, Andrea e Marina, abbiano alle loro spalle delle famiglie sgangherate, assenti, distratte e nonostante tutta la vicenda sia nient'altro che la descrizione di come ognuno di noi cerchi di superare il vuoto e la solitudine per costruire qualcosa di importante che renda chi amiamo, e in primis i nostri genitori, orgogliosi di noi, "Marina Bellezza, è un inno ai legami familiari, all'attaccamento alla propria terra, alle proprie origini e ad un destino che sembra finire in un vicolo cieco, un destino assurdo che nessuno accetterebbe, proprio come quello che Andrea vuole abbracciare prendendo a fare il margaro, ma che in una società afflitta da una crisi economica e prima ancora di ideali e di valori, diventa quanto di più credibile e poetico si possa immaginare. Accanto ad Andrea e al suo sogno controtendenza c'è Marina, Marina Bellezza che vuole divenire una star nazionale della musica per conquistare il mondo, vittima di quella "fame" di mondo e di vita che domina incontrastata in ogni pagina del romanzo. Marina vuole conquistare la vetta del mondo, una vetta da dove poter dire "ce l'ho fatta, ho vinto anche se da sola, anche con una madre alcolizzata e un padre assente; ho combattuto anche per loro e ho vinto".  Una storia, questa, di ricerca di sé e del proprio posto nel mondo attenta e profonda che viene sostenuta da un linguaggio fluido e scorrevole che narra pacatamente e dipinge immagini vive negli occhi del lettore. 
Punto indiscusso di forza della scrittura di Silvia Avallone sono le descrizioni dei paesaggi che, si percepisce perfettamente, sono ben conosciuti e vissuti in prima persona dall'autrice stessa.
"Il mattino risaliva lentamente la pianura, rischiarava prima il capoluogo a fondovalle, poi le curve della SP 100 a strapiombo al torrente Cervo. La logora ossatura dei lanifici, spenti da decenni, correva lungo gli argini per chilometri e chilometri, fino a diroccare nei boschi. Quasi niente era rimasto"
Descrizioni come questa scolpiscono sulla carta immagini che assumono tridimensionalità e avvolgono il lettore catapultando lo in un contesto reale di oggetti, luoghi e personaggi che pulsano e respirano. L'inchiostro delle parole stampate insomma, in"Marina bellezza" , cede il passo alla carne e ai sentimenti. 

martedì 1 ottobre 2013

Ho visto una prostituta che leggeva

La lettura può salvare, accogliere nelle proprie mani calde di vita e sorreggere: l'ho sempre pensato. Se non altro perché leggere ti fa sentire meno solo, ti catapulta nella ricchezza del mondo, nella complessità delle cose e ti mostra, pagina dopo pagina, parola dopo parola, che dolore, felicità, paura non sono mai fine a se stessi ma possono rappresentare un percorso, una scala che può condurti altrove, nel mondo delle idee dove si può combatte senza ferire e dove ogni volta che si è riusciti a vivere attraverso gli occhi, il sangue e la carne di un altro essere umano anche infinitamente diverso da te, si é riusciti anche a percepire tutta insieme la bellezza dell'esistenza. Ieri pomeriggio ero di ritorno da Roma quando all'improvviso vedo, sul ciglio di una strada costellata di alti pini una prostituta, una ragazza bionda tanto giovane quanto bella. Seduta su una sedia di plastica bianca, una di quelle che si usano per il mare, attendeva probabilmente qualche possibile cliente. E intanto leggeva. Sì, aveva un libro tra le mani poggiato sulle gambe nude e accavallate e leggeva. Questa immagine mi ha ferito come una stonatura in un pezzo di musica classica. Non è stato tanto il fatto che preconcetti e stereotipi possano far apparire strano o assurdo che una prostituta legga ma la tristezza di una vita che non credo, non riesco a credere, sia davvero frutto di una scelta. Insomma: chi mai si prostituirebbe sul ciglio di una strada qualora avesse la possibilità di scegliere, di avere qualche alternativa che squarci il buio senza fine di una vita che appare incurabile e di fare sì sesso, magari anche ogni giorno, ma con la persona amata? Spesso siamo in grado di lanciare messaggi senza parlare, di chiedere aiuto senza proferir parola e di rivolgerci alla vita, quasi pregandola di darci un futuro migliore, con un semplice gesto: leggere un libro. Leggere un libro per strapparsi alla propria vita e condurci in un mondo parallelo dove magari Emma Bovary cerca di vivere appieno contro ogni falso moralismo oppure dove Mattia Pascal riflette sula propria identità invisibile. Ecco, in questo credo: che dovremmo avere tutti la possibilità di scegliere, la possibilità di sperare che il futuro sia migliore, che nessuno più debba caricarci nella sua auto, condurci chissà dove ed entraci dentro, profanare la nostra anima, divellere la nostra dignità. Credo che i libri e gli scrittori debbano farsi carico di questo compito e percepire, nell'atto del loro scrivere, una grande responsabilità consapevoli del fatto che, probabilmente, in qualche parte del mondo, qualcuno starà cercando di sollevare la propria esistenza dalla melma bastarda e densa del dolore proprio a partire dalle nostre parole. È una missione, un dovere forse. Certamente è l'unico modo che io, anima fragile che prova a divenire scrittore, conosco per non abbandonare nessuno al suo destino. L'unico modo per tendere all'altro la mano. Quella stessa mano che passa ore immaginifiche a scrivere come se scrivere potesse cambiare il mondo.