domenica 4 maggio 2014

CALCIO E ACCIAIO - DIMENTICARE PIOMBINO di Gordiano Lupi


In uno scenario bellissimo e perfettamente dipinto quale quello maremmano, Gordiano Lupi ambienta il suo romanzo, presentato al Premio Strega 2014 “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino”, storia di un calciatore alla ricerca di se stesso e del suo passato o meglio di un uomo che ricerca se stesso addentrandosi nei meandri della memoria e cavalcando il passato. Questo viaggio interiore porterà il personaggio principale, Giovanni, a tornare nel luogo di infanzia, luogo di appartenenza e di formazione, Piombino. Su questo sfondo si snocciolano poi e trovano posto diverse storie di amicizia e di amore che legano le sorti dei personaggi costruendo un microcosmo dove trovano collocazione relazioni umani, interrogativi e sentimenti che appartengono ad ognuno di noi e nelle quali ogni lettore potrà rivedere una parte di sé. Quello di Giovanni è un personaggio complesso, che lo stesso autore definisce così in un’intervista. “Giovanni è un romantico, un idealista, ma al tempo stesso è un personaggio realistico, con pregi e difetti di un uomo invecchiato senza un amore, o meglio con il ricordo di troppi amori perduti. Il prezzo da pagare al successo è stato troppo grande e questo refrain malinconico torna spesso tra le pagine del romanzo. Non vuol perdere l’ultima occasione della sua vita, però. E farà di tutto per non avere altri rimpianti”. Questa complessità è accresciuta dall’intervento del rapporto tra personaggio e amore, un amore che sembra non essere arrivato mai nel modo giusto oppure sembra non essere stato in grado di rimanere e dare senso a tutta una vita.
“Ricordi? Eravamo innamorati quando la spiaggia di Trani racchiudeva pensieri nascosti tra vecchie mura. Cos’è rimasto dei nostri sogni? Cosa cercano i tuoi occhi colpiti dal vento di libeccio?vorrei rivederti, e invece sono costretto a scriverti: la mia penna attraversa i sentieri del passato e soffre. Debora, io lo so che i tuoi occhi ricercano ancora le strade d’un dolce passato, nei momenti del risveglio mattutino quando osservi le barche dei pescatori che approdano nella piccola rada, quando ricordi il calore dei nostri baci sul lungomare, quando sei felice nel vedere i tuoi bambini coperti dalle coltri dei giorni di festa.. li vedi dormire, li culli con dolcezza di madre, ti ricordi di quando da bambina correvi sulla spiaggia. Debora, quella spiaggia è il panorama di perdute speranze. i nostri ricordi sono desideri confessati alla notte, a un letto disfatto, portano con se il colore dei tuoi occhi e conservano il dolore del mare in burrasca. Ripenso alle nostre sere d’estate, quando percorrevamo tramonti sul lungomare, osservando le onde infrangersi sui muri in granito ai nostri cuori. Ricordo sensazioni, dolori giovanili che colgono di sorpresa,momenti di abbandono. Ricordo il tuo sorriso, le tue lacrime sconfitte, il tuo sguardo di sfida verso il mondo.”
Un passo questo, estremamente delicato, poetico e raffinato che evoca l’idea di un amore perduto, lontano, smarrito eppure sempre vivo nell’anima. Emerge pienamente la consapevolezza che l’amore richiede impegno, coraggio, predisposizione alla messa in discussione di se stessi ma soprattutto immersione nella vita.
“Giovanni sa che sulla solitudine non si costruisce niente. Soprattutto l’amore”
Di grande impatto è anche l’attenzione che viene dedicata alla descrizione dell’ambiente toscano e nello specifico Piombino, del quale viene messa in evidenza la contraddittorietà che a tratti balza fuori e lo contraddistingue.
“Piombino è un posto che chiamarlo città pare troppo, cittadina ricorda la scuola elementare, paese non rende bene l’idea. Insomma questa città è uno di quei luoghi di provincia dove le giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lasca traccia.”
E ancora:
“la osserva ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un alare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore”.
“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Forte è anche il senso di nostalgia per un’epoca passata nella quale si è cresciuti e si è assistito alla formazione di se stessi e dei propri ideali.
“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

Con un linguaggio fruibile e poetico, Gordiano Lupi, ci regala dunque un romanzo intenso che conduce inevitabilmente a riflettere sul senso di appartenenza ad una terra e ad un tempo nonché sull’importanza di realizzare se stessi fin quando si è ancora in tempo.




Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori:Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), Fellini – A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro –biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez – In attesa della primavera(Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). 

domenica 15 dicembre 2013

Chiara di Assisi- elogio della disobbedienza": il nuovo libro di Dacia Maraini

"Chiara di Assisi - elogio della disobbedienza" è l'ultima opera di Dacia Maraini nella quale l'autrice si cimenta nell'impresa estremamente interessante di analizzare la vita di una delle più note sante della tradizione cristiana. Ma in modo del tutto innovativo, dimostrando ed estrinsecando il carattere rivoluzionario dell'atteggiamento della Santa. Nell'opera della Maraini Santa Chiara viene narrata innanzitutto come donna, mediante una descrizione che ne rende vivi il corpo, la fisicità, i bisogni, i sentimenti  e la fragilità mista ad una grandissima forza d'animo. La tecnica narrativa utilizzata dall'autrice è di grande effetto. Si tratta di una corrispondenza di email tra l'autrice stessa e una misteriosa ragazza di nome Chiara che con fervore, e a tratti con prepotenza, chiede alla scrittrice di documentarsi rispetto alla vita della Santa con l'obiettivo di ricostruire e scrivere la storia. Questa struttura permette a Dacia Maraini di spaziare tra molti argomenti riconducibili sì alla vita di Santa Chiara ma sopratutto alle tematiche che maggiormente le stanno a cuore come la condizione della donna, il rapporto tra essere umano e potere, la complessità delle vite e delle storie umane. Scrive ad esempio l'autrice interrogandosi sulla povertà delle monache di San Damiano: 

"È possibile che la povertà rappresentasse un grandissimo progetto di libertà femminile? Possedere, dice Chiara, vuol dire dipendere da qualcosa è da qualcuno. Quindi possesso significa controllo. Controllo economico, politico, sociale, psicologico, religioso. E controllo rigorosamente maschile. " 

E poco dopo ecco che il lettore è condotto alla scoperta della storia dei catari:

"Li accusavano di rifiutare l'eucarestia. Li accusavano di non credere nel Cristo risorto, di praticare la povertà ma anche la comunità dei beni, comprese le donne- cosa non vera-di essere arroganti e sfrontati, di disprezzare la Chiesa e le sue cerimonie, di sputare sull'ostia e di rifiutare l'autorità papale. In realtà, quello che i Catari predicavano erano un'applicazione alla lettera del Vangelo, dalla parte di Cristo, contro ogni concentrazione del potere e sopratutto l'idea di uno Stato religioso. La purezza consisteva nel rinunciare ad ogni possesso, nell'assistere i malati, nell'aiutare i poveri. "

Un'analisi ricca, dunque, che colpisce il lettore da molti punti diversi così che questi ne risulti costantemente coinvolto, rapito, sedotto e condotto passo passo attraverso la scoperta di un passato e di un tempo ricco di ispirazioni, misteri e bellezza. Un tempo, il Medioevo, dove sono state poste le fondamenta di quella che sarebbe poi divenuta la nostra storia futura. Questo libro però commuove profondamente anche per l'umanità che la scrittrice fa trasparire, regalando a lettore piccoli scorci della sua vita interiore, intima e partecipata con la consapevolezza che la condivisione dei propri demoni così come dei propri sentimenti crea una catena di partecipazione e crescita collettiva. 
Ecco ad esempio un passo colmo di umana quotidianità:

"Notte insonne. La voglia di dormire mi si aggrappa alle palpebre che diventano sempre più pesanti e brucianti. Ma appena chiudo gli occhi, li spalanco di nuovo, allarmata. Come se il sonno mi dovesse ferire o rapire e portar in luoghi lontani e pericolosi. Allora mi sforzo di tenerli aperti.  E per distrarmi, prendo un libro e leggo. La lettura mi fa stare sveglia. Finché il volume non mi casca dalle mani. A questo punto spengo la luce. Forse ci siamo. Ora potrai dormire, mi dico. E invece appena mi sistemi sul cuscino, un pensiero lancinante mi colpisce la mente. È un pensiero di perdita. La perdita della coscienza. Forse sto svanendo e non me ne rendo conto. Forse al di la del sonno c'è la morte in agguato. Devo rimanere sveglia per ritrovarmi viva, presente e consapevole. Non voglio svanire nel buio, senza saperlo. E quindi riaccendo la luce, mi rimetto a leggere. Finché davvero non mi addormento. Ma di un sonno leggero che si interrompe al primo piccolo rumore."

E sembra quasi di vederla la scrittrice, dipinta da se stessa con queste dolci ma inquiete parole, che affronta una sensazione fortemente umana e universale, l'irrequietezza di una notte inquieta in cui paure è angosce provenienti dall'oscuro della nostra interiorità ci afferrano senza darci tregua. E allora ci aggrappiamo a qualcosa, a qualcuno, ad un pensiero, una speranza, un libro, un ricordo, un amore per ritrovare pace: è poesia. 

Ma al di la della vita umana, corporale e interiore che ogni pagina di questa opera trasuda, Dacia Maraini riesce a fornire al lettore sempre nuovi spunti di riflessione sulla condizione della donna. La storia di Santa Chiara non è ciò in cui si esaurisce questo libro ma è, al contrario, il pretesto per universalizzare la vita particolarissima di questa Santa per rintracciare esperienze, moventi e condizionamenti che facciano riflettere sul presente e le sue insidie. 

"La cosa inquietante è che queste prevenzioni e queste forme di razzismo contro le donne non sono cominciate con i Padri della Chiesa, ma molto prima", dice la scrittrice. "Hanno radici profonde nella cultura greca, che ha teorizzato secoli prima l'inferiorità delle donne. La responsabilità femminile per i greci non consisteva evidentemente nella risposta alla tentazione demoniaca e alla  conseguente cacciata dal paradiso terrestre, come sostengono i grandi religiosi, ma in un'imperfezione di natura. Aristotele avanza l'idea che la donna sia un essere umano imperfetto: 'le donne son maschi sterili.' In base a teorie arbitrarie, lo ascoltiamo quasi divertito asserire che: 'la donna, poiché non possiede sufficiente calore naturale, è incapace di cuocere il suo liquido mestruale fino al punto di cottura col quale diverrebbe sperma. Perciò il suo solo contributo all'embrione è la materia'. Ovvero, come teorizza Apollo nel processo raccontato da Eschilo, il corpo della donna non ha parte nel processo di creazione, ma è solo un vaso che contiene il seme maschile. La sua funzione è quella di conservazione, non di creazione. Solo l'uomo è un essere umano completo"

Nella descrizione di Dacia Maraini Santa Chiara diventa l'emblema di una donna che sceglie di coltivare l'arte della libertà mediante la consacrazione della propria vita a Cristo e alla clausura. Nella comprensione di questo apparente paradosso sta la grandezza di questa opera. 

"Chiara d'Assisi è stata un'antesignana della difesa dei diritti delle donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione , sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare un'adesione formale alle regole misogine disposte dall'alto con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religiose. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale". 

La libertà richiede coerenza, coraggio, arguzia. Certo, ci sono le grandi battaglie, le rivendicazioni di piazza, che sono sacrosante e necessarie, ma, sembra dirci Santa Chiara, la libertà come obiettivo può essere raggiunto anche mediane un gioco di bilanciamento tra istanze differenti e contrapposte, mediante il passaggio attraverso apparenti compromessi. Bisogna trovare il modo giusto per rendersi liberi, modo che può variare da persona a persona e che trova il proprio fondamento innanzi tutto nella conoscenza di se stessi, dei propri bisogni, dei propri desideri. 

Poco dopo la scrittrice dichiara uno degli aspetti che più le interessano nello studio posto in essere da uno scrittore e che trova conferma anche nella realizzazione di questo libro:

"Mi interessa il corpo imprigionato. Mi interessa il corpo velato. Il corpo mutilato, ma anche gioioso e abitato d a una sensualità segreta e pronta alla sublimazione. Mi interessa il convento come luogo di collegialità e di pensieri celati, come luogo di ubbidienza ma anche di una profonda e arcana libertà." 

Sempre presente è la descrizione del bellissimo e sottile rapporto tra Chiara e San Francesco. La devozione della prima verso il santo votato alla povertà assoluta e l'affetto di quest'ultimo verso Chiara scorrono in tutto il libro. Entrambi sono accomunati dalla lotta contro il possesso che rende schiavi. 

"Chiara e Francesco, decidendo di seguire Cristo in estrema povertà, rinunciano a ogni forma di possesso, sia immediato che posteriore. Loro non inseguono un uso di qualcosa che poi diventerà diritto, ma attingono alla proprietà comune quasi fosse un diritto."

Chiara e Francesco vengono presentati come degli idealisti, cioè come delle persone che credono in delle idee che hanno il coraggio di sostenere, portare aventi e consolidare. Di Chiara sopratutto viene messa in luce la dimensione politica, cioè la capacità di praticare un dissenso in seno al pensiero politico della Chiesa mediante il recupero di una più veritiera aderenza al messaggio cristiano. Chiara e Francesco credono nel dialogo, nelle parole, nel confronto come soluzione e alternativa alla violenza. 

Un'opera dunque forte e possente. Un'opera che ho voluto descrivere ricorrendo spesso alle parole della stessa scrittrice poiché sono convinto che nessuna recensione o critica letteraria può mai sostituire la bellezza vibrane delle parole dell'autore. Scrivere di Dacia Maraini è per me sempre una grande emozione. Passo giorni interi prima di depositare la prima parola. Perché Dacia Maraini mi ha cambiato la vita e le sue opere mi rendono,  giorno dopo giorno, una persona migliore nonché un uomo consapevole della complessità della vita umana e della responsabilità che come tale noi uomini abbiamo nei confronti delle donne in primis e del resto dell'umanità poi. Quest'ultima riflessione forse non è adatta ad una recensione oggettiva e distaccata ma non mi importa, anzi, tanto meglio. I libri sono per me come persone, sono vivi, pulsano, fanno sgorgare sangue e lacrime, sorrisi e miracoli. Conta ciò che si vive, cioè che le parole trasmettono. Perché le parole possono salvare e migliorare le cose. E Dacia Maraini lo ha dimostrato in tutta la sua esistenza. Tutto il resto è solo tecnicismo. 

martedì 15 ottobre 2013

"Sei come sei" (Einaudi) , nuovo e intenso romanzo di Melania Mazzucco


Ci sono libri che sono come una dialisi esistenziale: ti purificano il sangue e ti rimettono al mondo. Ti prosciugano sottraendoti l'anima, rubandoti a te stesso e poi ti restituiscono tutto. Melania Mazzucco fa sempre questo con me: mi prende, intrappolandomi nella sua rete di parole, mi fa vagare attraverso una quotidianità reale eppure così magica e pregna di significato e poi mi riconduce in me stesso, diverso, più ricco, più consapevole. La Mazzucco ha la capacità encomiabile e salvifica per il lettore di saper sviscerare l'animo umano, il mondo nel suo poliedrico atteggiarsi e le interazioni tra corpo e spirito, vita e realtà, essere umano e umanità nel suo complesso. Mentre leggi i suoi romanzi tu non stai solo leggendo ma stai viaggiando cavalcando parole che sembrano diamanti lucenti per quanto combaciano in modo perfetto. Leggi romanzi come "Vita" ( cui come dissi un giorno parlando con la stessa Melania, devo la scintilla che mi spinse ad intraprendere l'attività di scrittore) , "Un giorno perfetto", "Limbo", "Sei come sei" e ti chiedi come sia possibile che delle parole, insieme di segni cui la nostra anima ha dato un significato convenzionale, siano in grado di sfondarti le porte del cuore, farti tremare il sangue e danzare i pensieri. Ti chiedi da dove provenga tanta bellezza, se sia umana, addirittura se sia giusta in un mondo bucato che perde acqua da tutte le parti. Ti chiedi se tu stesso meriti tanta bellezza. E ti rispondi di sì. Sì che è umana, sì che è giusta, sì che meriti di vivere attraverso un romanzo. Perché la bellezza, qualunque essa sia, è di per sé un valore ma la bellezza della letteratura può addirittura salvare il mondo. "Sei come sei", ultimo romanzo dell'autrice non fa altro che confermare il talento indiscusso della Mazzucco. È la storia di Eva, undicenne alle prese con una vita che non le ha mai fatto sconti fin dalla nascita, e dei suoi due padri. Sì, è la storia di due omosessuali, due uomini che si amano e decidono di avere un bambino rivolgendosi ad agenzie specializzate. Ma questo passaggio si scoprirà solo col tempo e , forse, sarà solo un dettaglio di una più grande e ricca storia d'amore che commuove e scardina ogni certezza. Non c'è nulla di esasperato nella narrazione di un amore omosessuale, nulla di ostentato, il dolore si intravede ma è stato già superato dall'amore di Christian e Giose, di esso resta solo il ricordo che rende più umani aperti alla complessità della vita. L'autrice non si mette a descrivere i tumulti interiori di due uomini omosessuali ma si pone oltre, in una dimensione dove l'omosessualità non è più vista come un dramma che rovina la vita di chi è gay ma come un dato di fatto, una dimensione dell'essere. Il focolare domestico è sempre lo stesso e che ci siano una figlia e due padri poco importa perché l'amore, quello vero che genera pur senza concepire travolge tutto e azzera ogni obiezione o finto moralismo. Mentre leggi "Sei come sei" ti viene quasi voglia di ringraziare qualcuno, qualcosa, dio forse, o forse la Musa della poesia perché ti rendi conto, avendone la prova davanti gli occhi, che la scrittura non è morta e con essa anche  il ruolo degli scrittori come costruttori di civiltà. Scrittori che non si mettono a scrivere per compiacere, sollazzarsi nei salotti televisivi o vendere milioni di copie per aggiustarsi la vita e vivere felici e contenti ma che scrivono perché non possono farne a meno, come una terra che deve rompersi, creparsi, esplodere ed eruttare lava, perché sanno che quell'eruzione è urgenza di vivere e di costruire. 

"I figli non appartengono a chi li mette al mondo, non sono un'appendice dei genitori, sono individui. E se uno non può scegliersi i genitori, può scegliersi i maestri. Non è l'uguaglianza la cosa che conta nella vita, ma il suo contrario. È ciò che ci rende diversi da gli altri che può salvarci. Ognuno deve trovare il suo destino." 

Pensieri? Poesia? Filosofia? Sarà il tempo a deciderlo e questo non sarà un problema perché Melania Mazzucco resterà nella storia della letteratura. E nel futuro. Perché è lì che abitano le anime irrequiete. È lì che abita la bellezza che salverà il mondo. 

lunedì 14 ottobre 2013

"Marina Bellezza" di Slvia Avallne





L'ultimo romanzo di Silvia Avallone ha il sapore e l'odore di qualcosa di caldo e familiare. Nonostante i due protagonisti, Andrea e Marina, abbiano alle loro spalle delle famiglie sgangherate, assenti, distratte e nonostante tutta la vicenda sia nient'altro che la descrizione di come ognuno di noi cerchi di superare il vuoto e la solitudine per costruire qualcosa di importante che renda chi amiamo, e in primis i nostri genitori, orgogliosi di noi, "Marina Bellezza, è un inno ai legami familiari, all'attaccamento alla propria terra, alle proprie origini e ad un destino che sembra finire in un vicolo cieco, un destino assurdo che nessuno accetterebbe, proprio come quello che Andrea vuole abbracciare prendendo a fare il margaro, ma che in una società afflitta da una crisi economica e prima ancora di ideali e di valori, diventa quanto di più credibile e poetico si possa immaginare. Accanto ad Andrea e al suo sogno controtendenza c'è Marina, Marina Bellezza che vuole divenire una star nazionale della musica per conquistare il mondo, vittima di quella "fame" di mondo e di vita che domina incontrastata in ogni pagina del romanzo. Marina vuole conquistare la vetta del mondo, una vetta da dove poter dire "ce l'ho fatta, ho vinto anche se da sola, anche con una madre alcolizzata e un padre assente; ho combattuto anche per loro e ho vinto".  Una storia, questa, di ricerca di sé e del proprio posto nel mondo attenta e profonda che viene sostenuta da un linguaggio fluido e scorrevole che narra pacatamente e dipinge immagini vive negli occhi del lettore. 
Punto indiscusso di forza della scrittura di Silvia Avallone sono le descrizioni dei paesaggi che, si percepisce perfettamente, sono ben conosciuti e vissuti in prima persona dall'autrice stessa.
"Il mattino risaliva lentamente la pianura, rischiarava prima il capoluogo a fondovalle, poi le curve della SP 100 a strapiombo al torrente Cervo. La logora ossatura dei lanifici, spenti da decenni, correva lungo gli argini per chilometri e chilometri, fino a diroccare nei boschi. Quasi niente era rimasto"
Descrizioni come questa scolpiscono sulla carta immagini che assumono tridimensionalità e avvolgono il lettore catapultando lo in un contesto reale di oggetti, luoghi e personaggi che pulsano e respirano. L'inchiostro delle parole stampate insomma, in"Marina bellezza" , cede il passo alla carne e ai sentimenti. 

martedì 1 ottobre 2013

Ho visto una prostituta che leggeva

La lettura può salvare, accogliere nelle proprie mani calde di vita e sorreggere: l'ho sempre pensato. Se non altro perché leggere ti fa sentire meno solo, ti catapulta nella ricchezza del mondo, nella complessità delle cose e ti mostra, pagina dopo pagina, parola dopo parola, che dolore, felicità, paura non sono mai fine a se stessi ma possono rappresentare un percorso, una scala che può condurti altrove, nel mondo delle idee dove si può combatte senza ferire e dove ogni volta che si è riusciti a vivere attraverso gli occhi, il sangue e la carne di un altro essere umano anche infinitamente diverso da te, si é riusciti anche a percepire tutta insieme la bellezza dell'esistenza. Ieri pomeriggio ero di ritorno da Roma quando all'improvviso vedo, sul ciglio di una strada costellata di alti pini una prostituta, una ragazza bionda tanto giovane quanto bella. Seduta su una sedia di plastica bianca, una di quelle che si usano per il mare, attendeva probabilmente qualche possibile cliente. E intanto leggeva. Sì, aveva un libro tra le mani poggiato sulle gambe nude e accavallate e leggeva. Questa immagine mi ha ferito come una stonatura in un pezzo di musica classica. Non è stato tanto il fatto che preconcetti e stereotipi possano far apparire strano o assurdo che una prostituta legga ma la tristezza di una vita che non credo, non riesco a credere, sia davvero frutto di una scelta. Insomma: chi mai si prostituirebbe sul ciglio di una strada qualora avesse la possibilità di scegliere, di avere qualche alternativa che squarci il buio senza fine di una vita che appare incurabile e di fare sì sesso, magari anche ogni giorno, ma con la persona amata? Spesso siamo in grado di lanciare messaggi senza parlare, di chiedere aiuto senza proferir parola e di rivolgerci alla vita, quasi pregandola di darci un futuro migliore, con un semplice gesto: leggere un libro. Leggere un libro per strapparsi alla propria vita e condurci in un mondo parallelo dove magari Emma Bovary cerca di vivere appieno contro ogni falso moralismo oppure dove Mattia Pascal riflette sula propria identità invisibile. Ecco, in questo credo: che dovremmo avere tutti la possibilità di scegliere, la possibilità di sperare che il futuro sia migliore, che nessuno più debba caricarci nella sua auto, condurci chissà dove ed entraci dentro, profanare la nostra anima, divellere la nostra dignità. Credo che i libri e gli scrittori debbano farsi carico di questo compito e percepire, nell'atto del loro scrivere, una grande responsabilità consapevoli del fatto che, probabilmente, in qualche parte del mondo, qualcuno starà cercando di sollevare la propria esistenza dalla melma bastarda e densa del dolore proprio a partire dalle nostre parole. È una missione, un dovere forse. Certamente è l'unico modo che io, anima fragile che prova a divenire scrittore, conosco per non abbandonare nessuno al suo destino. L'unico modo per tendere all'altro la mano. Quella stessa mano che passa ore immaginifiche a scrivere come se scrivere potesse cambiare il mondo. 

sabato 28 settembre 2013

Perché le parole di Laura Boldrini sul ruolo della donna nella pubblicità suscitano tanto clamore

Ogni giorno che passa diventiamo sempre piu persone incontentabili, piene di aspettative incolmabili e brucianti di un desiderio di contestazione perenne. Siamo talmente presi dal nostro senso critico (cosa sacrosanta quando equilibrata e intellettualmente onesta) che finiamo spesso per vedere marcio dove in realtà c'è solo la constatazione di una realtà oggettiva. Detto questo non ci si può che stupire della reazione che hanno suscitato le parole della presidentessa della Camera Laura Boldrini la quale ha sostenuto nell'ambito del convegno "Donne e media" che è ora di smettere di veicolare mediante la pubblicità l'immagine di una donna stile "massaia", del tutto prona ai servigi familiari, una donna che, insomma , si barcamena tra fornelli, compiti dei figli e pulizie. Basta infatti navigare ne web per leggere decine di commenti di donne che hanno ritenuto offensiva e riduttiva l'affermazione della presidentessa. Sembra quasi che la Boldrini abbia voluto accusare le donne di servilismo o mettere in discussione l'amore e la dedizione che una donna e una madre possono provare nell'accudire la propria famiglia. Si leggono commenti di donne che elencano minuziosamente le numerose attività quotidiane che  riescono a svolgere anche dal punto di vista professionale nonostante siano ottime madri di famiglia. Dietro tali affermazioni non può non scorgersi l'insidia di un fraintendimento che riconduce ogni riflessione sul ruolo della donna ad attacco personale o a finto moralismo proprio come è accaduto pochi mesi fa quando sempre la Boldrini aveva espresso la sua soddisfazione per la sospensione della trasmissione "Miss Italia". Quello che la presidentessa credo abbia voluto far notare realmente è la deformazione che i media attuano rispetto alla figura della donna che nella maggior parte delle pubblicità appare in ruoli rigidamente standardizzati: o come brava madre premurosa o come femme fatale, donna di seduzione e di fascino. Trovo questo binomio innegabile estremamente riduttivo e offensivo nei confronti delle donne e trovo assurdo che molte di esse siano pronte a scagliarsi contro quella che in realtà era una corretta ed oggettiva osservazione di un dato facilmente verificabile e non invece contro quel sistema che strumentalizza il ruolo di madre a fini prettamente commerciali. Qui nessuno vuole mettere in discussione che una madre voglia prendersi cura della propria famiglia e che sia in grado di farlo con felicità ed efficienza. Quello che si critica è l'indebito sfruttamento di questa dedizione femminile a fini commerciali. Tutto confluisce nel messaggio subliminale per cui la donna deve essere innanzitutto una buona "servitrice" del focolare domestico per poter rivendicare una dignità di madre e di persona. Ma chiediamoci: perché questo stesso discorso non viene esteso anche per gli uomini? Quali pubblicità ci mostrano quale debba essere il modello corretto di padre? E sopratutto perché mai non dovrebbe essere il padre a "servire" la propria famiglia con altrettanta dedizione? Perché non ci viene mostrato un padre ai fornelli, un padre che prepara la colazione o che siede accanto ai figli mentre questi eseguono i compiti? Perché l'uomo deve essere il professionista di successo in giacca e cravatta e la donna la madre col grembiule e il sorriso perennemente stampato sul volto? È questione di messaggi subliminali, di ruoli preconfezionati e impostici dalla società anche attraverso la pubblicità. È questione di credere di essere liberi nelle proprie scelte quando invece spesso ci si ritrova a recitare ruoli scritti da altri. Tra i tanti problemi che sta affrontando l'Italia, le parole della Boldrini sono certamente quello minore e un po' di onesta intellettuale dovrebbe guidarci nello svelamento dei meccanismi più subdoli della pubblità mediatica e del conformismo di pensiero cui ormai sembriamo essere totalmente assuefatti. Sarà che ho sempre vissuto in una famiglia dove padre e madre collaborano costantemente senza imporre ruoli o dare tutto per scontato, ritenere dovuto che sia la donna a lavare i piatti o fare cose simili, ma proprio non riesco a rassegnarmi all'idea di una donna chiusa in un ruolo scritto da altri, in una gabbia allegorica che ha più di duemila anni e che la modernità dovrebbe essere in grado di aprire senza che qualcuno veda messo in discussione l'amore di una madre per ciò che significa famiglia."

domenica 21 aprile 2013

"Il mio Paradiso è deserto" di Teresa Ciabatti (Rizzoli)





“Il mio paradiso è deserto” di Teresa ciabatti è un esempio di vera letteratura che scava nel profondo, fa mettere in discussione certezze e preconcetti e conduce attraverso il dolore umano, i disagi esistenziali e le sofferenze di quelli che sono non solo personaggi di una storia ma tipologie di esseri umani molto più vicini a noi di quanto siamo disposti a credere. Il romanzo racconta la storia di Attilio Bonifazi, denominato per il suo grande potere economico e diplomatico, “l’Ottavo re di Roma”, un uomo forte che ha costruito la sua ricchezza sull’impero dei rifiuti e quella dei componenti della sua famiglia come Marta, ragazza che ha seri problemi col proprio corpo e la propria anima e Pietro, che a suo modo vivrà il proprio dramma esistenziale. Nel leggere il nuovo romanzo della Ciabatti, costruito con uno stile diretto, a tratti sarcastico, in altri lirico e immediato, non si può non immedesimarsi totalmente con i personaggi costruiti, vivere attraverso i loro corpi, guardare attraverso i loro occhi o soffrire il loro dolore. Come ogni vero romanzo l’autrice non esprime giudizi di valore ma fornisce ipotesi di significato, tentativi di comprensione di quella storia meravigliosa che è la vita umana. Ogni gesto, ogni silenzio, incomprensione, sbaglio, orrore, sofferenza diventano un piccolo passo lungo la strada dell’esistenza, della comprensione e accettazione di se stessi e del proprio intimo essere. La scoperta di sé e il vivere ciò che si è e non ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo rappresenta uno dei punti cruciali della storia. È il caso di Attilio, alle prese con i propri istinti ma anche di Marta e di Pietro. Su tutto domina la piena consapevolezza che la realtà è un qualcosa di complesso proprio come la natura umana e l’essere di ogni persona. La scrittura, le storie, i romanzi, sembra dire Teresa Ciabatti, sono la celebrazione della complessità e ricchezza dell’esistenza, il promemoria che ci ricorda quanto vario sia il genere umano e quanto prismatiche le sfumature dell’agire, la sfera dei sentimenti, delle sofferenze e dell’amore. “Il mio paradiso è deserto” è anche un romanzo sull’amore. Ognuno dei personaggi della storia trasuda un intenso bisogno di essere amato, accolto, custodito. Spesso questo bisogno si scontra con un’incapacità di chiedere, di comunicare i propri bisogni, di avanzare la propria richiesta d’amore. Ecco allora che si cade, ci si perde, ci si chiude in se stessi. Ma l’amore, sembra dire ancora l’autrice è in grado di agire spesso da sé, autonomamente e di guarire tutto. Amore che guarisce, amore che custodisce e fa vivere. Un romanzo, dunque, dal quale lasciarsi trasportare, grazie al quale capire un po’ di più le dinamiche umane e dalla cui bellezza linguistica farsi cullare.